Comprendere meglio i nativi digitali: la responsabilità educativa di genitori e insegnanti

Nel contesto educativo, genitori e insegnanti svolgono un ruolo cruciale nel guidare e sostenere l’apprendimento dei giovani. Tuttavia, il mito dei nativi digitali può portare a una sovrastima pericolosa delle competenze tecnologiche dei giovani, creando ostacoli significativi nel loro percorso educativo.

La presunzione di competenza

La convinzione radicata che i nativi digitali, semplicemente in virtù della loro nascita nell’era digitale, possiedano intrinsecamente competenze tecnologiche avanzate è profondamente problematica. Questa presunzione genera un approccio passivo all’educazione tecnologica, portando genitori e insegnanti a credere erroneamente che i giovani non necessitino di una guida esplicita o di un’istruzione formale in ambito tecnologico.

Questa mentalità trascura il fatto che l’uso quotidiano e superficiale dei dispositivi digitali non è sinonimo di una comprensione tecnologica profonda. Sebbene molti giovani possano navigare con disinvoltura attraverso app e social media, o gestire con facilità interfacce utente intuitive, ciò non si traduce automaticamente in una vera comprensione dei principi che regolano la tecnologia. La competenza tecnologica va ben oltre la capacità di utilizzare gli strumenti digitali per fini personali o di intrattenimento: implica una comprensione dei concetti di base dell’informatica, come la programmazione, la sicurezza dei dati, il funzionamento delle reti e il pensiero algoritmico.

Inoltre, questa presunzione può portare a una mancanza di incentivo nell’esplorare e sviluppare ulteriormente le competenze tecnologiche. Senza un’adeguata guida educativa, i giovani possono rimanere confinati in una zona di comfort, utilizzando la tecnologia solo per scopi limitati e perdendo l’opportunità di sviluppare abilità più sofisticate e critiche. Questo approccio passivo rischia di lasciare i giovani impreparati ad affrontare le sfide e le opportunità del futuro digitale, in cui una comprensione più profonda della tecnologia non è solo utile, ma spesso necessaria.

Pertanto, è cruciale che genitori e insegnanti riconoscano questa lacuna e si impegnino attivamente nel fornire un’educazione tecnologica che vada oltre il mero uso dei dispositivi, incoraggiando lo sviluppo di un pensiero critico e di competenze tecniche solide e approfondite.

Mancanza di sostegno educativo

Quando genitori e insegnanti si affidano all’ipotesi che i giovani “sappiano già” o siano in grado di “imparare da soli” in ambito tecnologico, si verifica una significativa mancanza di sostegno educativo in un settore che, in realtà, è caratterizzato da una complessità notevole e da un continuo sviluppo. Questo atteggiamento omette di riconoscere la dinamica e la natura in rapida evoluzione della tecnologia, presupponendo erroneamente che l’esposizione passiva o l’utilizzo quotidiano dei dispositivi digitali siano sufficienti per acquisire una comprensione profonda e funzionale della tecnologia.

Questa mancanza di sostegno educativo può avere conseguenze profonde.

La tecnologia di oggi non è solo una questione di abilità nell’uso dei dispositivi: richiede anche una comprensione dei principi fondamentali dell’informatica, che vanno ben oltre l’interfaccia utente. Competenze come il pensiero critico e la risoluzione dei problemi sono essenziali per navigare con successo nel mondo digitale. Senza queste abilità, i giovani possono trovarsi disorientati o non completamente equipaggiati per affrontare le sfide tecniche o etiche che emergono nell’uso quotidiano della tecnologia.

Inoltre, si trascura l’importanza di insegnare ai giovani a pensare in modo critico riguardo alla tecnologia che utilizzano.

Il pensiero critico in ambito tecnologico non è solo la capacità di utilizzare un dispositivo, ma anche di comprendere il suo impatto sulla società, sulla privacy e sulla sicurezza personale. Allo stesso modo, la risoluzione dei problemi in informatica va oltre il risolvere errori tecnici superficiali: riguarda lo sviluppo di soluzioni innovative e l’applicazione di concetti informatici a problemi reali.

Questo approccio trascura inoltre la necessità di un’istruzione formale in informatica, che può fornire una base solida per la comprensione e l’uso critico della tecnologia. Senza questa istruzione, i giovani possono mancare delle competenze fondamentali richieste in molti campi professionali e accademici moderni.

È essenziale che genitori e insegnanti si allontanino da un approccio passivo all’educazione tecnologica e riconoscano l’importanza di un sostegno attivo e di un’istruzione formale.
Insegnare competenze come il pensiero critico, la risoluzione dei problemi e i concetti di base dell’informatica è fondamentale per preparare i giovani a diventare utilizzatori consapevoli e competenti della tecnologia in un mondo in continua evoluzione.

Un falso senso di sicurezza

Questa sovrastima delle competenze digitali dei giovani crea un falso senso di sicurezza sia nei genitori sia negli insegnanti, che può avere ripercussioni significative sul percorso educativo dei giovani. Questa errata percezione conduce a sottovalutare l’importanza di un’istruzione digitale formale e strutturata, fondamentale per navigare con competenza nel mondo tecnologico odierno.

Quando si presume che i giovani abbiano già una competenza tecnologica innata, si rischia di trascurare l’insegnamento di abilità digitali fondamentali. Ciò può privare i giovani di opportunità educative essenziali che vanno oltre la mera capacità di usare un dispositivo. L’educazione digitale formale copre un’ampia gamma di competenze, dalla sicurezza online alla comprensione delle dinamiche dei dati, dalla programmazione al pensiero critico applicato alla tecnologia. Queste sono competenze cruciali che permettono ai giovani di comprendere, analizzare e utilizzare la tecnologia in modo consapevole e responsabile.

L’impatto sulla motivazione e sull’autostima

La presunzione che i giovani siano automaticamente competenti in tecnologia perché sono “nativi digitali” può avere ripercussioni significative sulla loro motivazione e autostima, influenzando il loro approccio all’apprendimento tecnologico. Questa etichetta crea una dicotomia problematica che può portare a sentimenti di inadeguatezza o di complacenza, a seconda di come i giovani percepiscono se stessi rispetto a questa aspettativa.

Da un lato, ci sono giovani che non si identificano o non si adattano pienamente all’etichetta di “nativo digitale”. Questi individui possono sentirsi esclusi o inadeguati se non riescono a soddisfare le aspettative di competenza tecnologica che questa etichetta implica. Il sentimento di non essere all’altezza può portare a una ridotta fiducia nelle proprie capacità e a una minore propensione a impegnarsi nell’apprendimento tecnologico. Questo può creare un circolo vizioso in cui la mancanza di fiducia impedisce ulteriori esplorazioni tecnologiche, rinforzando la percezione di inadeguatezza.

Dall’altro lato, ci sono giovani che si conformano all’immagine del “nativo digitale” e che potrebbero sentirsi meno motivati ad approfondire le loro conoscenze tecnologiche. La convinzione di avere già le competenze necessarie può portare a un atteggiamento di autocompiacimento, in cui non si percepisce la necessità di andare oltre l’uso superficiale della tecnologia. Questa complacenza può ostacolare lo sviluppo di competenze più profonde e critiche, impedendo ai giovani di esplorare pienamente il potenziale della tecnologia e di sviluppare abilità che sono essenziali in un mondo sempre più tecnologico.

In entrambi i casi, la presunzione dei nativi digitali può limitare significativamente lo sviluppo personale e professionale dei giovani. È quindi fondamentale che genitori, insegnanti e educatori riconoscano la varietà di livelli di competenza e di interesse tecnologico tra i giovani, promuovendo un ambiente educativo che incoraggi sia l’esplorazione che la sfida, indipendentemente dal livello di partenza. Un approccio inclusivo e stimolante può aiutare i giovani a sviluppare una maggiore fiducia nelle proprie abilità tecnologiche e a coltivare una motivazione intrinseca per l’apprendimento e l’innovazione in questo campo.

È fondamentale che genitori e insegnanti riconoscano la differenza tra l’uso quotidiano dei dispositivi digitali e la vera competenza tecnologica. Un approccio più attivo e consapevole nell’educazione tecnologica, che includa un’istruzione formale e un supporto continuo, è cruciale per sviluppare nelle giovani generazioni le competenze necessarie per prosperare nell’era digitale.

Lascia un commento

Eugenio Marinelli

Attore – Doppiatore

In qualità di doppiatore ha prestato la voce a: Gene Wilder, Elliot Gould, David Suchet (Poirot), John Goodman, Jean Reno, John Candy, Armand Assante, Gerard Depardieu, Jim Belushi, ecc. Fra le serie tv ha diretto:  Hercule Poirot, Nypd, Flipper, Murder one, Il principe di belair, Profiler, Elite 1e 2, 3 ecc…

CINEMA: Notti Magiche (regia Paolo Virzì), Il fuggiasco (regia A. Manni), I Giudici – nel ruolo di Pippo Calò (regia Ricky Tognazzi), Il Prefetto di Ferro (regia Pasquale Squitieri), Altrove (regia Enzo Balestrieri).

TELEVISIONE: L’amante dell’Orsa Maggiore e Strada senza Uscita (RAI 1, regia A.G.Majano); Quei 36 gradini  e  La Piovra 5(RAI1, regia L.Perelli), La luna nel pozzo (RAI 2, regia Enzo Balestrieri), Il caso Giner (RAI 3  telefono giallo di Augias), Milagros(telenovela per Rete4, 100 puntate nel ruolo di Damien), Caro Maestro (regia Rossella Izzo), Il maresciallo Rocca e La Memoria e il perdono (RAI 1, regia Giorgio Capitani), L’ispettore Giusti (regia S. Martino), Un prete fra noi III° serie (regia  R. Donna), Turbo(regia A. Bonifacio), Sei forte maestro II°( regia C. Risi),Un caso di coscienza (RAI 1, regia L. Perelli), Carabinieri e Distretto di Polizia 6 (regia A. Grimaldi), Gentedimare2 (RAI1, regia G. Serafini), Il Capitano 2 (RAI 1, regia Vittorio Sindoni) RIS  4 Questa è la mia terra 2 e Amore e Vendetta e Solo per amore 2 (R. Mertez), Provaci Ancora Prof 4 (Rai 1), Applausi e Sputi regia di Ricky Tognazzi.

TEATRO: ha lavorato con Lorenzo Salveti, Lauretta Masiero, Pino Micol, Riccardo Cavallo, Patric Rossi Gastaldi, A. Kost, Fabio Crisafi ,C. Frosi, M. Landi, Antonello Riva, Berto Gavioli, Ugo Margio, ecc.

RADIO: 1977/88  Speaker per Radio Lazio, diretta da Claudio Villa; 1980/93  Conduttore dei programmi per la Rai corporation di New York

Jacopo Mauriello

Attore – Doppiatore

Diplomato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna in Recitazione e Doppiaggio. Docenti Silvia Luzzi, Massimo Giuliani e Rodolfo Bianchi. Si perfeziona con Micheal Margotta (allievo diretto di Lee Stransberg e all’Actor Studio di New York) ; con  Barbara Enrichi (vincitrice del David di Donatello come miglior attrice non protagonista). Master “Il Dialogo” di Silvia Luzzi presso Accademia Nazionale del Cinema, Bologna.

Ratatouille, percorso di perfezionamento professionale sul monologo e spettacolo : testi tratti da Apocalypse Now, La 25° Ora, L’Attimo fuggente, Festen ecc…C.N.T Teatrocittà. Partecipa al progetto Penis Project  di P. Schiavo per il Roma Fringe festival. C.N.T Teatrocittà

CORTOMETRAGGI. How to promote a movie – Regia di D. Misischia. Otto minuti – Regia di Luca Dal Canto. Ruolo: Co-Protagonista. Petis Amis – Regia di D. Albano. Ruolo: Protagonista. Take Off – Regia di A. Capanna. Un tarlo nell’orecchio – Regia di G. Fenocchi. Exit -Regia di G. Fenocchi e Filippo Cursio. Ruolo: Protagonista.

Paolo Madonna

Ammesso e frequenta l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” per il triennio 20/22.

Frequenta il Lab c/o Centro Sperimentale di Cinematografia a cura di Giancarlo Giannini

Ammesso al Seminario Propedeutico di Recitazione c/o Centro Sperimentale di Cinematografia per il triennio 2020/2022. Lab di recitazione con Danilo Nigrelli; Daniele Parisi e Luciano Colavero. Lab di Commedia dell’ Arte con Andrea Pangallo c/o Teatro della Scaletta

 Masterclass di recitazione Cinematografica con il Casting Director Dario Ceruti

Seminario di recitazione “Cechov e Noi” a cura di Eljana Popova c/o teatro Azione Campus. Seminario di recitazione “Officina dell’attore” a cura di Filippo Gili. Corso di doppiaggio presso Magma Lab Studio Direzione Artistica di Teo Bellia. Diploma presso Accademia Professionale di recitazione “Padiglione Ludwig”Direzione Artistica di Roberto Valerio e Martino D’ Amico (Docenti: Mauro Avogadro; Filippo Gili; Roberto Valerio; Carlotta Viscovo; Claudia Vegliante; Patrizia Hartman; Pietro Bontempo; Elisabetta Piccolomini; Sabrina Scuccimarra; Martino D’ Amico; Marcello Cotugno)

TEATRO Enaiat l’incredile storia, C.N.T Teatrocittà, regia di P. Schiavo. Jacques e il suo Padrone di Milan Kundera – Regia di Danilo Nigrelli,Cucina Buona In Tempi Cattivi ( testo di Francesco Battaglia)– Regia di Matteo Finamore; Compagnia Fucina Zero. Il Gabbiano di Anton Cechov – Regia di Luca De Bei. Hedda Gabler di Henrik Ibsen – Regia di Veronica Cruciani. La Piccola Città di Thornton Wilder- Regia di Marcello Cotugno Verso la Guerra di Carlo Goldoni- Regia di Roberto Valerio. Concorso in Divenire (Teatro Danza) – Regia di Valeria Andreozzi

Antonio De Stefano

Si diploma al Centro di formazione e Allenamento alle arti sceniche ACTING CREAZIONE RICERCA, diretto da Lucilla Lupaioli.

Studia educazione della voce con Valeria Benedetti Michelangeli; movimento scenico con Alberto Bellandi; canto con Evelina Meghnagi; metodo linklater con Antonella Voce; danza con Paola Sorressa e Susanna Odevaine; aikido con il maestro Mario Comite.

Prosegue il suo percorso professionale motivato dalla convinzione che coltivare contesti di ricerca, costruzione e creazione collettiva, aggiunga valore al suo lavoro. Significativi i progetti con la regista Lucilla Lupaioli e la Compagnia Bluestocking (tra i principali: Falsae Praetextae, finalista al Premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche Dante Cappelletti 2013; Siamotuttigay –debutto al Todi Festival 2013; Darkroom e Il viaggio dell’eroe, Non perdo niente -Totally over you- di Mark Ravenhil, Primo Dicembre e Bric a Brac di L.Lupaioli, per la regia di Alessandro Di Marco) Lavora con Formiche di Vetro Teatro, sotto la direzione di Luca Trezza e con la Compagnia Teatro A – fondata da Arnaldo Ninchi e diretta dalla regista russa Valeria Freiberg.

Prende parte al Romeo e Giulietta di W.Shakespeare al Globe Theatre di Roma per la regia di Gigi Proietti. Per il cinema e la televisione: Le rose della Signora Wesmaker di Piermaria Cecchini; Ettore Spalletti: lo spazio che accoglie lo sguardo di Christian Angeli; videoclip del brano La maestrina di Fabrizio Fraioli, regia di Estefania Lochtenberg.

Nel 2014 è tra i cofondatori della CNT Compagnia Nuovo Teatro, diretta da Patrizia Schiavo, sotto la cui regia lavora agli allestimenti di Canto Clandestino, Umanità a numero chiuso, Io semplicemente noi, Picciridda, Penis Project.

Patrizia Schiavo

Direzione artistica. Attrice, regista, autrice, formatrice e insegnante di teatro.

Si forma seguendo, ancora giovanissima, diversi percorsi e metodologie in Italia e all’estero. Lavora con maestri come Dario Fo, Leo de Berardinis, Roberto Guicciardini, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Ugo Gregoretti, Giancarlo Cauteruccio e altri; con diverse compagnie teatrali e attori come (Giulio Brogi, Flavio Bucci, R. Giovampietro, Oreste Lionello, Regina Bianchi, V. Zernizt, Aldo Reggiani, C. Clery, Lello Arena e altri), affrontando diversi generi e autori, classici e contemporanei, con una attenzione particolare alla ricerca e al Teatro di impegno civile.

Ha frequentato il Lee Strasberg Institute di Los Angeles, ha continuato a perfezionarsi con Micael Margotta, Doris Hichs, Francesca de Sapio e Beatrice Bracco, costruendo con gli anni una propria strategia formativa mirata allo sviluppo e al potenziamento delle risorse individuali (rapporto tra espressività ed emozioni, vissuti e personaggi, creatività e self leadership). Collabora con la radio Rai e con la Rtsi in qualità di attrice.

Dal 93 tiene seminari e corsi di teatro in Italia, Svizzera, Germania e Olanda. Dal 1995 al 2001 dirige artisti provenienti da diverse parti del mondo all’interno di un progetto multiculturale contro la violenza e il razzismo, organizzato dall’Interkunst di Berlino.

Nel 94 fonda a Locarno, in Svizzera la C.N.T. Compagnia Nuovo Teatro, lavorando come autrice, attrice e regista.
Dal 2000 conduce corsi di formazione in ambito aziendale (tra cui Bnl, Tim, Ferrari, Terna, Social Change): “Public speaking”, “Teatro d’impresa”, creatività e comunicazione, gestione del conflitto. Docente presso “La palestra dell’attore”, la Scuola Svizzera e il Goethe Institut di Roma.

Nel 2014 fonda a Roma con un gruppo di giovani attori la nuova CNT e nel 2016 apre Teatrocittà, all’interno di un progetto di riqualificazione socio-culturale e urbanistica, in zona Torrespaccata alle spalle degli studi di Cinecittà.

Tra le varie iniziative la rassegna di corti teatrali: “Frammenti al femminile”, workshop e contest come “Corpo mobile”, dedicato alla danza contemporanea e il progetto “Parla con lei” per una nuova cultura della parità e del rispetto aperto con lo spettacolo molto amato da pubblico e critica,”Il laboratorio della Vagina”.

ENAIAT
l'incredibile storia

E’ la storia di un viaggio incredibile, un’odissea durata circa otto anni, dall’Afghanistan, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e infine Italia. È la storia vera e commovente di Enaiatollah Akbari un ragazzino afghano che per essere salvato, viene “abbandonato” dalla madre… tra mille difficoltà, in Pakistan, a soli dieci anni.Il padre derubato e ucciso dai banditi, provoca nei pashtun, proprietari delle merci rubate, voglia di risarcimento per il danno subito: prendere come schiavo un figlio di quell’uomo.  

L’etnia a cui Enaiatollah appartiene è quella hazara, soggiogata dai talebani, e sua madre non aveva altra possibilità di evitargli una fine terribile se non portandolo via dall’Afghanistan.
In Pakistan si ritrova solo, senza denaro e senza la minima idea di cosa fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan, gli lascia come regola di vita: non fare mai uso di droghe, non usare armi per colpire un altro essere umano, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando.

Enaiat racconta la violenza che lo ha circondato da sempre, a partire da quando ha visto uccidere dai talebani il suo maestro colpevole solo di non aver voluto chiudere la scuola. Ma in lui prevale sempre il desiderio di farcela, di iniziare una nuova vita, facendo i lavori più umili e faticosi, sempre con il sorriso sulle labbra e riconoscenza per coloro che gli danno un giaciglio o un po’ di cibo come il padrone del Samavat dove la madre l’aveva lasciato o il mercante che gli fa vendere la merce al bazar.

Riesce a fare amicizia con altri bambini hazara anche loro soli e costretti a vivere lavorando. Insieme ad uno di loro, Sufi, dal Pakistan raggiunge con un trafficante di uomini l’Iran, lavorando poi duramente in un cantiere per riuscire a pagarsi il viaggio.

In Iran il cantiere diventa la sua casa e la sua prigione. Nessuno esce dal cantiere per paura di essere preso dalla polizia, fanno i turni solo per andare a fare la spesa. Poi dopo le ennesime ingiustizie, gli sgomberi, i rimpatri, le botte prese dai poliziotti, decide di raggiungere la Turchia, scalando le montagne per circa un mese, di notte per non essere visti, al freddo, senza cibo. E dopo tre giorni di viaggio nel cassone di un camion con un doppio fondo alto circa cinquanta centimetri, Istanbul. Ma in Turchia non c’è lavoro, così Enaiatollah e i suoi amici, che convince a pagargli il viaggio poiché sapeva qualche parola di inglese, partono di notte con un gommone a remi per la Grecia, senza salvagente, una follia dettata dall’entusiasmo e dall’incoscienza come prova che si possa anche vincere una sfida impossibile.

Insomma rischiare di essere scoperto e rimandato indietro o di perdere la vita, considerando che Enaiat è solo un bambino, sono prove così drammatiche che solo alcuni fortunati riescono a superare.  Per fortuna incontra persone che hanno umanità nei confronti di questo ragazzino educato e terribilmente solo.

Sono proprio questi pochi, ma fondamentali incontri che hanno permesso a Enaiatollah di arrivare a Torino, trovare una famiglia che lo ha preso in affido, studiare e costruirsi un futuro.

Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?

Ti richiamiamo noi!