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Presenza sul web: esserci è importante (ma non obbligatorio)

Nel mondo di oggi una buona presenza sul web è fondamentale per il successo di qualsiasi attività imprenditoriale. Non importa che tu abbia un negozio, un ristorante o un grande albergo: farti trovare online ti permette di rafforzare la tua immagine e sfruttare opportunità sempre nuove.

Questo non vuol dire, però, che sia obbligatorio essere presenti sempre e ovunque. Sfruttare male gli strumenti del web rischia di causare più danni che benefici, questo perché Internet ha le sue regole e il suo linguaggio che devi conoscere bene per creare la tua identità digitale nel modo giusto. E perché il troppo, come si suol dire, stroppia 🙂

Presenza online: cosa vuol dire?

Una buona presenza su internet passa attraverso alcuni strumenti che ti permettono di stabilire e consolidare un legame virtuale con il pubblico. Questo rapporto digitale si sviluppa soprattutto attraverso tre canali:

  • i motori di ricerca;
  • il tuo sito;
  • i social network.

Sfruttare nel modo giusto queste risorse ti aiuterà a ottenere migliori risultati dalla tua attività e allargare il tuo pubblico.

I motori di ricerca come Google permettono di fornire risposte immediate a ogni tipo di domanda. Se hai un negozio, ad esempio, i clienti possono trovare il tuo indirizzo, o il tuo numero di telefono, in pochi passaggi. Nel tuo sito, invece, raccogli in un unico spazio virtuale tutte le informazioni che vuoi rendere pubbliche: la tua storia, gli orari, cosa vendi. I social network, infine, sono perfetti per raccontare la tua attività quotidiana, per condividere aggiornamenti e, sempre di più, per curare il rapporto con i clienti.

Questi tre strumenti possono fare la differenza per il successo di un’attività, ma è molto importante sapere come usarli nel modo giusto.

I rischi di una cattiva presenza sul web  

Quando ti avvicini a internet senza un piano preciso, c’è il rischio di fare le scelte sbagliate e ottenere risultati opposti rispetto a quelli che vuoi raggiungere. I pericoli maggiori arrivano dai social network.

La tentazione è quella di esagerare e di inseguire obiettivi che non sono solo difficili da raggiungere, ma soprattutto non necessari. Sono le cosiddette vanity metrics (metriche di vanità), valori che non hanno altra funzione se non quella di gratificare il nostro ego, come migliaia di “like” per ogni foto pubblicata o fan e follower in crescita continua. Risultati inutili, se non ti portano alcun risultato di vendita. Eppure il loro raggiungimento viene venduto in continuazione da sedicenti guru del web. 

A cosa serve avere centinaia di migliaia di seguaci, magari da tutta Italia, se sei proprietario di un’attività locale? A cosa ti servono commenti finti, da profili fasulli, se non a comunicare un’immagine confusa, contraddittoria (e altrettanto fasulla) della tua attività?

Concentrati su obiettivi reali e, soprattutto utili.
E ricorda che per ottenere risultati serve tempo, come per tutte le cose. Fare una microcampagna pubblicitaria non ti porterà lontano: attivare progetti a medio o lungo termine, decisamente sì.

Nel nostro Hub ospitiamo spesso incontri e workshop su come avvicinarsi nel modo giusto a internet. Perché non vieni a trovarci? Siamo anche in un posto meraviglioso, sulle sponde del lago Sirino. Ti aspettiamo!

ENAIAT
l'incredibile storia

E’ la storia di un viaggio incredibile, un’odissea durata circa otto anni, dall’Afghanistan, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e infine Italia. È la storia vera e commovente di Enaiatollah Akbari un ragazzino afghano che per essere salvato, viene “abbandonato” dalla madre… tra mille difficoltà, in Pakistan, a soli dieci anni.Il padre derubato e ucciso dai banditi, provoca nei pashtun, proprietari delle merci rubate, voglia di risarcimento per il danno subito: prendere come schiavo un figlio di quell’uomo.  

L’etnia a cui Enaiatollah appartiene è quella hazara, soggiogata dai talebani, e sua madre non aveva altra possibilità di evitargli una fine terribile se non portandolo via dall’Afghanistan.
In Pakistan si ritrova solo, senza denaro e senza la minima idea di cosa fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan, gli lascia come regola di vita: non fare mai uso di droghe, non usare armi per colpire un altro essere umano, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando.

Enaiat racconta la violenza che lo ha circondato da sempre, a partire da quando ha visto uccidere dai talebani il suo maestro colpevole solo di non aver voluto chiudere la scuola. Ma in lui prevale sempre il desiderio di farcela, di iniziare una nuova vita, facendo i lavori più umili e faticosi, sempre con il sorriso sulle labbra e riconoscenza per coloro che gli danno un giaciglio o un po’ di cibo come il padrone del Samavat dove la madre l’aveva lasciato o il mercante che gli fa vendere la merce al bazar.

Riesce a fare amicizia con altri bambini hazara anche loro soli e costretti a vivere lavorando. Insieme ad uno di loro, Sufi, dal Pakistan raggiunge con un trafficante di uomini l’Iran, lavorando poi duramente in un cantiere per riuscire a pagarsi il viaggio.

In Iran il cantiere diventa la sua casa e la sua prigione. Nessuno esce dal cantiere per paura di essere preso dalla polizia, fanno i turni solo per andare a fare la spesa. Poi dopo le ennesime ingiustizie, gli sgomberi, i rimpatri, le botte prese dai poliziotti, decide di raggiungere la Turchia, scalando le montagne per circa un mese, di notte per non essere visti, al freddo, senza cibo. E dopo tre giorni di viaggio nel cassone di un camion con un doppio fondo alto circa cinquanta centimetri, Istanbul. Ma in Turchia non c’è lavoro, così Enaiatollah e i suoi amici, che convince a pagargli il viaggio poiché sapeva qualche parola di inglese, partono di notte con un gommone a remi per la Grecia, senza salvagente, una follia dettata dall’entusiasmo e dall’incoscienza come prova che si possa anche vincere una sfida impossibile.

Insomma rischiare di essere scoperto e rimandato indietro o di perdere la vita, considerando che Enaiat è solo un bambino, sono prove così drammatiche che solo alcuni fortunati riescono a superare.  Per fortuna incontra persone che hanno umanità nei confronti di questo ragazzino educato e terribilmente solo.

Sono proprio questi pochi, ma fondamentali incontri che hanno permesso a Enaiatollah di arrivare a Torino, trovare una famiglia che lo ha preso in affido, studiare e costruirsi un futuro.

Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?

Ti richiamiamo noi!