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L’importanza della qualità della vita sul posto di lavoro

Quando pensiamo ai fattori alla base del successo delle grandi aziende tendiamo sempre a dimenticare un elemento, forse il più importante di tutti. Non stiamo parlando degli investimenti in ricerca o sviluppo, o dell’organizzazione del lavoro. È un parametro che non può essere misurato in un’analisi di fine anno, ma che da solo può cambiare i risultati di qualsiasi progetto imprenditoriale.

Parliamo di serenità e benessere sul posto di lavoro. Un ingrediente che non costa nulla, ma che cambia il sapore della vita quotidiana. E, credimi, anche il raggiungimento dei tuoi obiettivi.

Il modello (impossibile?) della Silicon Valley

Lavorare in un ambiente positivo – ricco di stimoli e comprensione reciproca – è il vero segreto del successo.  Ti sarà capitato di vedere qualche foto delle incredibili sedi di Facebook, Google o  degli altri grandi nomi della Silicon Valley, con tavoli da ping pong, scivoli, amache e postazioni per riposare. 

Sembrano parchi giochi, invece sono alcuni degli uffici più importanti al mondo. È vero, appartengono a imprese multimilionarie che possono permettersi di offrire qualsiasi lusso ai propri dipendenti, ma dietro a quei comfort, dietro a quei giochi all’apparenza superflui c’è una strategia precisa: trasformare le ore di lavoro in un’attività stimolante da svolgere in un luogo accogliente e che faciliti il confronto e la spinta a migliorarsi sempre.

La situazione del lavoro in Italia

E in Italia come siamo messi? Magari non abbiamo uffici paragonabili a quelli statunitensi, ma la situazione sta migliorando. Purtroppo, però, ci sono ancora troppi imprenditori – piccoli, medi, ma anche grandi – che vedono i propri dipendenti come semplici ingranaggi del meccanismo, come voci di spesa di bilancio al pari delle bollette, o della cancelleria. Alcuni faticano a capire che, con questo approccio superficiale, otterranno sempre meno di quanto investono. 

La verità da ricordare è che un dipendente felice è una risorsa più efficace ed efficiente. E la felicità non è limitata al solo fattore economico. La soddisfazione che può dare il proprio lavoro deriva soprattutto dal sentirsi parte di un progetto e dal comprendere gli obiettivi comuni.

Migliora la qualità della vita sul posto di lavoro

Come puoi raggiungere anche tu questi risultati? C’è da cambiare l’approccio generale con cui guardiamo al lavoro nel nostro paese. La visione gerarchica tradizionale, con un capo che impartisce ordini dall’alto, non ha più valore. Le parole d’ordine oggi sono leadership e autorevolezza, al posto di concetti ormai obsoleti come boss e autorità. 

Se il leader dà l’esempio ai propri collaboratori, se fa capire di aver bisogno del loro supporto e di apprezzarne l’impegno, crea un ambiente di lavoro sano e fa partire un circolo virtuoso che spinge verso miglioramenti continui. È questa la forza del lavoro di squadra: non è una semplice somma di individui, ma un movimento unico e coordinato più forte, veloce ed efficace di qualsiasi sforzo del singolo.

Per raggiungere nuovi obiettivi e portare la tua azienda nel futuro inizia oggi a mettere la qualità della vita e la serenità del tuo team al centro della tua strategia. E Lanziani Hub può aiutarti a costruirla, mettendo a tua disposizione spazi funzionali per attività di formazione, team building e laboratori di gruppo. Il tutto all’interno della splendida cornice del lago Sirino.

Vieni a trovarci, non te ne pentirai.

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ENAIAT
l'incredibile storia

E’ la storia di un viaggio incredibile, un’odissea durata circa otto anni, dall’Afghanistan, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e infine Italia. È la storia vera e commovente di Enaiatollah Akbari un ragazzino afghano che per essere salvato, viene “abbandonato” dalla madre… tra mille difficoltà, in Pakistan, a soli dieci anni.Il padre derubato e ucciso dai banditi, provoca nei pashtun, proprietari delle merci rubate, voglia di risarcimento per il danno subito: prendere come schiavo un figlio di quell’uomo.  

L’etnia a cui Enaiatollah appartiene è quella hazara, soggiogata dai talebani, e sua madre non aveva altra possibilità di evitargli una fine terribile se non portandolo via dall’Afghanistan.
In Pakistan si ritrova solo, senza denaro e senza la minima idea di cosa fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan, gli lascia come regola di vita: non fare mai uso di droghe, non usare armi per colpire un altro essere umano, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando.

Enaiat racconta la violenza che lo ha circondato da sempre, a partire da quando ha visto uccidere dai talebani il suo maestro colpevole solo di non aver voluto chiudere la scuola. Ma in lui prevale sempre il desiderio di farcela, di iniziare una nuova vita, facendo i lavori più umili e faticosi, sempre con il sorriso sulle labbra e riconoscenza per coloro che gli danno un giaciglio o un po’ di cibo come il padrone del Samavat dove la madre l’aveva lasciato o il mercante che gli fa vendere la merce al bazar.

Riesce a fare amicizia con altri bambini hazara anche loro soli e costretti a vivere lavorando. Insieme ad uno di loro, Sufi, dal Pakistan raggiunge con un trafficante di uomini l’Iran, lavorando poi duramente in un cantiere per riuscire a pagarsi il viaggio.

In Iran il cantiere diventa la sua casa e la sua prigione. Nessuno esce dal cantiere per paura di essere preso dalla polizia, fanno i turni solo per andare a fare la spesa. Poi dopo le ennesime ingiustizie, gli sgomberi, i rimpatri, le botte prese dai poliziotti, decide di raggiungere la Turchia, scalando le montagne per circa un mese, di notte per non essere visti, al freddo, senza cibo. E dopo tre giorni di viaggio nel cassone di un camion con un doppio fondo alto circa cinquanta centimetri, Istanbul. Ma in Turchia non c’è lavoro, così Enaiatollah e i suoi amici, che convince a pagargli il viaggio poiché sapeva qualche parola di inglese, partono di notte con un gommone a remi per la Grecia, senza salvagente, una follia dettata dall’entusiasmo e dall’incoscienza come prova che si possa anche vincere una sfida impossibile.

Insomma rischiare di essere scoperto e rimandato indietro o di perdere la vita, considerando che Enaiat è solo un bambino, sono prove così drammatiche che solo alcuni fortunati riescono a superare.  Per fortuna incontra persone che hanno umanità nei confronti di questo ragazzino educato e terribilmente solo.

Sono proprio questi pochi, ma fondamentali incontri che hanno permesso a Enaiatollah di arrivare a Torino, trovare una famiglia che lo ha preso in affido, studiare e costruirsi un futuro.

Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?

Ti richiamiamo noi!