Lo strumento non fa il lavoro al posto tuo

C’è una scena che si ripete da vent’anni, con protagonisti diversi.

Nel 2005 era il fotografo che comprava la reflex da tremila euro e continuava a fare le stesse foto storte di prima. Nel 2015 era chi passava mesi a scegliere tra Trello, Asana e Notion senza mai finire un progetto. Oggi è chi apre venti schede del browser per capire quale modello di intelligenza artificiale sia “il migliore”, mentre il lavoro resta lì, fermo, esattamente dov’era la settimana scorsa.

Cambia l’attrezzo, non cambia il copione.

Perché ci caschiamo tutti

Non è stupidità. È che lo strumento ha una caratteristica meravigliosa: si può comprare.

Una competenza no. Un processo di lavoro ordinato nemmeno. Quelli richiedono mesi di tentativi, errori, revisioni noiose, cose fatte male e rifatte. Lo strumento invece è disponibile subito, ha una pagina di vendita convincente, e ti restituisce nell’immediato la sensazione di aver fatto un passo avanti.

È una scorciatoia emotiva. Compro il software, e per qualche giorno mi sento uno che ha risolto il problema. Poi il problema è ancora lì, perché il problema non era il software.

C’è anche una seconda ragione, meno confessabile: parlare di strumenti è più facile che parlare di risultati. Elencare il proprio stack tecnologico è una forma di credenziale a basso costo. Mostrare un processo che funziona da tre anni, con i numeri che lo dimostrano, costa parecchio di più.

Cosa fa davvero la differenza

Tre cose, in ordine di importanza.

Saper leggere il problema. Prima di ogni strumento c’è una domanda: qual è esattamente la cosa che devo ottenere, e come faccio a sapere se l’ho ottenuta? La maggior parte del lavoro fatto male non è fatto male tecnicamente. È fatto bene, ma risponde alla domanda sbagliata. Nessun tool ti salva da questo, perché nessun tool sa cosa stai cercando di fare.

Avere un processo, non un talento. Il talento non è replicabile, non è delegabile e ha giornate storte. Un processo sì. Un processo è la differenza tra “ogni volta ricomincio da zero e spero bene” e “seguo dei passaggi che so già funzionare, e miglioro quelli che non funzionano”. È fatto di cose poco affascinanti: checklist, template, criteri per decidere quando una cosa è finita, un posto dove stanno i file e uno solo, il momento della revisione previsto in anticipo invece che rimandato all’infinito.

L’esperienza, che serve soprattutto a scartare. Chi ha esperienza non è più veloce perché conosce più opzioni. È più veloce perché ne esclude subito il novanta per cento. Sa che quella strada l’ha già percorsa e porta a un vicolo cieco. Questa capacità di scarto non è documentata da nessuna parte, non si scarica, e vale più di qualsiasi abbonamento.

Il test dei due minuti

Vuoi capire se stai lavorando con un processo o con una dipendenza? Fatti questa domanda:

Se domani mattina lo strumento che uso sparisse, quanto tempo mi servirebbe per tornare operativo?

Se la risposta è “qualche giorno, mi riadatto”, hai un metodo che vive nella tua testa e passa attraverso lo strumento. Bene.

Se la risposta è “sarei fermo, non saprei da dove ricominciare”, allora non avevi un metodo. Avevi lo strumento al posto del metodo. E qualcuno, da qualche parte, controlla il tuo lavoro decidendo il prezzo del suo abbonamento.

L’IA non fa eccezione, la rende più evidente

Con l’intelligenza artificiale il discorso non cambia: si amplifica.

Questi modelli sono moltiplicatori. Prendono quello che porti e lo restituiscono più in fretta e in quantità maggiore. Ma un moltiplicatore applicato a zero fa zero. Se non sai spiegare cosa vuoi, otterrai una risposta generica — velocissima, ben scritta, e inutile. Se non hai un criterio per valutare l’output, non saprai distinguere il lavoro buono da quello che sembrabuono. Ed è il rischio vero: l’IA ha reso banale produrre roba che sembra professionale. Riconoscere se lo è davvero è tornato a essere un mestiere.

La differenza tra chi ottiene risultati straordinari con questi strumenti e chi ottiene fuffa non è il modello scelto. È che il primo sa già come si fa il lavoro. Il secondo sperava che glielo insegnasse la macchina.

Attenzione a non ribaltare il discorso

Detto tutto questo: gli strumenti contano. Sarebbe ipocrita sostenere il contrario.

Se lavori otto ore al giorno su una macchina che ci mette quaranta secondi ad aprire un file, quel tempo è un costo reale. Se il tuo settore ha uno standard di riferimento, ignorarlo per principio ti taglia fuori dalle collaborazioni. Uno strumento adeguato toglie attrito, e l’attrito è la cosa che, alla lunga, fa abbandonare i progetti.

Il punto non è che lo strumento sia irrilevante. È che lo strumento moltiplica una competenza esistente, non la crea. E che nella maggior parte dei casi non siamo limitati dall’attrezzatura: siamo limitati da un metodo che non abbiamo mai messo per iscritto.

Una regola pratica: aggiorna lo strumento quando è dimostrabilmente lui il collo di bottiglia. Non prima. E “dimostrabilmente” significa che sai indicare il punto preciso in cui ti rallenta, non che hai letto un articolo entusiasta.

Da dove si comincia

Se questo discorso ti ha toccato un nervo, tre cose da fare questa settimana. Nessuna richiede acquisti.

  1. Scrivi il tuo processo. Prendi il lavoro che fai più spesso e mettine per iscritto i passaggi, uno per riga. Ti accorgerai che tre o quattro li salti sempre “perché tanto li ricordo”, e sono quelli dove nascono gli errori.
  2. Trova il collo di bottiglia vero. Per una settimana annota dove si ferma il lavoro. Nella mia esperienza quasi mai è la potenza del computer. Quasi sempre è un’attesa, una decisione non presa, o un’informazione che manca.
  3. Chiudi qualcosa con quello che hai già. Un progetto, uno solo, portato fino in fondo con gli strumenti attuali. Finire insegna cose che confrontare non insegnerà mai.

Il computer nuovo arriverà, prima o poi. Il modello di IA migliore uscirà tra tre mesi, e poi di nuovo tre mesi dopo. Nessuno dei due si siederà al tuo posto a decidere cosa vale la pena fare.

Quella parte resta tua. Conviene attrezzarla.

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Eugenio Marinelli

Attore – Doppiatore

In qualità di doppiatore ha prestato la voce a: Gene Wilder, Elliot Gould, David Suchet (Poirot), John Goodman, Jean Reno, John Candy, Armand Assante, Gerard Depardieu, Jim Belushi, ecc. Fra le serie tv ha diretto:  Hercule Poirot, Nypd, Flipper, Murder one, Il principe di belair, Profiler, Elite 1e 2, 3 ecc…

CINEMA: Notti Magiche (regia Paolo Virzì), Il fuggiasco (regia A. Manni), I Giudici – nel ruolo di Pippo Calò (regia Ricky Tognazzi), Il Prefetto di Ferro (regia Pasquale Squitieri), Altrove (regia Enzo Balestrieri).

TELEVISIONE: L’amante dell’Orsa Maggiore e Strada senza Uscita (RAI 1, regia A.G.Majano); Quei 36 gradini  e  La Piovra 5(RAI1, regia L.Perelli), La luna nel pozzo (RAI 2, regia Enzo Balestrieri), Il caso Giner (RAI 3  telefono giallo di Augias), Milagros(telenovela per Rete4, 100 puntate nel ruolo di Damien), Caro Maestro (regia Rossella Izzo), Il maresciallo Rocca e La Memoria e il perdono (RAI 1, regia Giorgio Capitani), L’ispettore Giusti (regia S. Martino), Un prete fra noi III° serie (regia  R. Donna), Turbo(regia A. Bonifacio), Sei forte maestro II°( regia C. Risi),Un caso di coscienza (RAI 1, regia L. Perelli), Carabinieri e Distretto di Polizia 6 (regia A. Grimaldi), Gentedimare2 (RAI1, regia G. Serafini), Il Capitano 2 (RAI 1, regia Vittorio Sindoni) RIS  4 Questa è la mia terra 2 e Amore e Vendetta e Solo per amore 2 (R. Mertez), Provaci Ancora Prof 4 (Rai 1), Applausi e Sputi regia di Ricky Tognazzi.

TEATRO: ha lavorato con Lorenzo Salveti, Lauretta Masiero, Pino Micol, Riccardo Cavallo, Patric Rossi Gastaldi, A. Kost, Fabio Crisafi ,C. Frosi, M. Landi, Antonello Riva, Berto Gavioli, Ugo Margio, ecc.

RADIO: 1977/88  Speaker per Radio Lazio, diretta da Claudio Villa; 1980/93  Conduttore dei programmi per la Rai corporation di New York

Jacopo Mauriello

Attore – Doppiatore

Diplomato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna in Recitazione e Doppiaggio. Docenti Silvia Luzzi, Massimo Giuliani e Rodolfo Bianchi. Si perfeziona con Micheal Margotta (allievo diretto di Lee Stransberg e all’Actor Studio di New York) ; con  Barbara Enrichi (vincitrice del David di Donatello come miglior attrice non protagonista). Master “Il Dialogo” di Silvia Luzzi presso Accademia Nazionale del Cinema, Bologna.

Ratatouille, percorso di perfezionamento professionale sul monologo e spettacolo : testi tratti da Apocalypse Now, La 25° Ora, L’Attimo fuggente, Festen ecc…C.N.T Teatrocittà. Partecipa al progetto Penis Project  di P. Schiavo per il Roma Fringe festival. C.N.T Teatrocittà

CORTOMETRAGGI. How to promote a movie – Regia di D. Misischia. Otto minuti – Regia di Luca Dal Canto. Ruolo: Co-Protagonista. Petis Amis – Regia di D. Albano. Ruolo: Protagonista. Take Off – Regia di A. Capanna. Un tarlo nell’orecchio – Regia di G. Fenocchi. Exit -Regia di G. Fenocchi e Filippo Cursio. Ruolo: Protagonista.

Paolo Madonna

Ammesso e frequenta l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” per il triennio 20/22.

Frequenta il Lab c/o Centro Sperimentale di Cinematografia a cura di Giancarlo Giannini

Ammesso al Seminario Propedeutico di Recitazione c/o Centro Sperimentale di Cinematografia per il triennio 2020/2022. Lab di recitazione con Danilo Nigrelli; Daniele Parisi e Luciano Colavero. Lab di Commedia dell’ Arte con Andrea Pangallo c/o Teatro della Scaletta

 Masterclass di recitazione Cinematografica con il Casting Director Dario Ceruti

Seminario di recitazione “Cechov e Noi” a cura di Eljana Popova c/o teatro Azione Campus. Seminario di recitazione “Officina dell’attore” a cura di Filippo Gili. Corso di doppiaggio presso Magma Lab Studio Direzione Artistica di Teo Bellia. Diploma presso Accademia Professionale di recitazione “Padiglione Ludwig”Direzione Artistica di Roberto Valerio e Martino D’ Amico (Docenti: Mauro Avogadro; Filippo Gili; Roberto Valerio; Carlotta Viscovo; Claudia Vegliante; Patrizia Hartman; Pietro Bontempo; Elisabetta Piccolomini; Sabrina Scuccimarra; Martino D’ Amico; Marcello Cotugno)

TEATRO Enaiat l’incredile storia, C.N.T Teatrocittà, regia di P. Schiavo. Jacques e il suo Padrone di Milan Kundera – Regia di Danilo Nigrelli,Cucina Buona In Tempi Cattivi ( testo di Francesco Battaglia)– Regia di Matteo Finamore; Compagnia Fucina Zero. Il Gabbiano di Anton Cechov – Regia di Luca De Bei. Hedda Gabler di Henrik Ibsen – Regia di Veronica Cruciani. La Piccola Città di Thornton Wilder- Regia di Marcello Cotugno Verso la Guerra di Carlo Goldoni- Regia di Roberto Valerio. Concorso in Divenire (Teatro Danza) – Regia di Valeria Andreozzi

Antonio De Stefano

Si diploma al Centro di formazione e Allenamento alle arti sceniche ACTING CREAZIONE RICERCA, diretto da Lucilla Lupaioli.

Studia educazione della voce con Valeria Benedetti Michelangeli; movimento scenico con Alberto Bellandi; canto con Evelina Meghnagi; metodo linklater con Antonella Voce; danza con Paola Sorressa e Susanna Odevaine; aikido con il maestro Mario Comite.

Prosegue il suo percorso professionale motivato dalla convinzione che coltivare contesti di ricerca, costruzione e creazione collettiva, aggiunga valore al suo lavoro. Significativi i progetti con la regista Lucilla Lupaioli e la Compagnia Bluestocking (tra i principali: Falsae Praetextae, finalista al Premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche Dante Cappelletti 2013; Siamotuttigay –debutto al Todi Festival 2013; Darkroom e Il viaggio dell’eroe, Non perdo niente -Totally over you- di Mark Ravenhil, Primo Dicembre e Bric a Brac di L.Lupaioli, per la regia di Alessandro Di Marco) Lavora con Formiche di Vetro Teatro, sotto la direzione di Luca Trezza e con la Compagnia Teatro A – fondata da Arnaldo Ninchi e diretta dalla regista russa Valeria Freiberg.

Prende parte al Romeo e Giulietta di W.Shakespeare al Globe Theatre di Roma per la regia di Gigi Proietti. Per il cinema e la televisione: Le rose della Signora Wesmaker di Piermaria Cecchini; Ettore Spalletti: lo spazio che accoglie lo sguardo di Christian Angeli; videoclip del brano La maestrina di Fabrizio Fraioli, regia di Estefania Lochtenberg.

Nel 2014 è tra i cofondatori della CNT Compagnia Nuovo Teatro, diretta da Patrizia Schiavo, sotto la cui regia lavora agli allestimenti di Canto Clandestino, Umanità a numero chiuso, Io semplicemente noi, Picciridda, Penis Project.

Patrizia Schiavo

Direzione artistica. Attrice, regista, autrice, formatrice e insegnante di teatro.

Si forma seguendo, ancora giovanissima, diversi percorsi e metodologie in Italia e all’estero. Lavora con maestri come Dario Fo, Leo de Berardinis, Roberto Guicciardini, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Ugo Gregoretti, Giancarlo Cauteruccio e altri; con diverse compagnie teatrali e attori come (Giulio Brogi, Flavio Bucci, R. Giovampietro, Oreste Lionello, Regina Bianchi, V. Zernizt, Aldo Reggiani, C. Clery, Lello Arena e altri), affrontando diversi generi e autori, classici e contemporanei, con una attenzione particolare alla ricerca e al Teatro di impegno civile.

Ha frequentato il Lee Strasberg Institute di Los Angeles, ha continuato a perfezionarsi con Micael Margotta, Doris Hichs, Francesca de Sapio e Beatrice Bracco, costruendo con gli anni una propria strategia formativa mirata allo sviluppo e al potenziamento delle risorse individuali (rapporto tra espressività ed emozioni, vissuti e personaggi, creatività e self leadership). Collabora con la radio Rai e con la Rtsi in qualità di attrice.

Dal 93 tiene seminari e corsi di teatro in Italia, Svizzera, Germania e Olanda. Dal 1995 al 2001 dirige artisti provenienti da diverse parti del mondo all’interno di un progetto multiculturale contro la violenza e il razzismo, organizzato dall’Interkunst di Berlino.

Nel 94 fonda a Locarno, in Svizzera la C.N.T. Compagnia Nuovo Teatro, lavorando come autrice, attrice e regista.
Dal 2000 conduce corsi di formazione in ambito aziendale (tra cui Bnl, Tim, Ferrari, Terna, Social Change): “Public speaking”, “Teatro d’impresa”, creatività e comunicazione, gestione del conflitto. Docente presso “La palestra dell’attore”, la Scuola Svizzera e il Goethe Institut di Roma.

Nel 2014 fonda a Roma con un gruppo di giovani attori la nuova CNT e nel 2016 apre Teatrocittà, all’interno di un progetto di riqualificazione socio-culturale e urbanistica, in zona Torrespaccata alle spalle degli studi di Cinecittà.

Tra le varie iniziative la rassegna di corti teatrali: “Frammenti al femminile”, workshop e contest come “Corpo mobile”, dedicato alla danza contemporanea e il progetto “Parla con lei” per una nuova cultura della parità e del rispetto aperto con lo spettacolo molto amato da pubblico e critica,”Il laboratorio della Vagina”.

ENAIAT
l'incredibile storia

E’ la storia di un viaggio incredibile, un’odissea durata circa otto anni, dall’Afghanistan, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e infine Italia. È la storia vera e commovente di Enaiatollah Akbari un ragazzino afghano che per essere salvato, viene “abbandonato” dalla madre… tra mille difficoltà, in Pakistan, a soli dieci anni.Il padre derubato e ucciso dai banditi, provoca nei pashtun, proprietari delle merci rubate, voglia di risarcimento per il danno subito: prendere come schiavo un figlio di quell’uomo.  

L’etnia a cui Enaiatollah appartiene è quella hazara, soggiogata dai talebani, e sua madre non aveva altra possibilità di evitargli una fine terribile se non portandolo via dall’Afghanistan.
In Pakistan si ritrova solo, senza denaro e senza la minima idea di cosa fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan, gli lascia come regola di vita: non fare mai uso di droghe, non usare armi per colpire un altro essere umano, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando.

Enaiat racconta la violenza che lo ha circondato da sempre, a partire da quando ha visto uccidere dai talebani il suo maestro colpevole solo di non aver voluto chiudere la scuola. Ma in lui prevale sempre il desiderio di farcela, di iniziare una nuova vita, facendo i lavori più umili e faticosi, sempre con il sorriso sulle labbra e riconoscenza per coloro che gli danno un giaciglio o un po’ di cibo come il padrone del Samavat dove la madre l’aveva lasciato o il mercante che gli fa vendere la merce al bazar.

Riesce a fare amicizia con altri bambini hazara anche loro soli e costretti a vivere lavorando. Insieme ad uno di loro, Sufi, dal Pakistan raggiunge con un trafficante di uomini l’Iran, lavorando poi duramente in un cantiere per riuscire a pagarsi il viaggio.

In Iran il cantiere diventa la sua casa e la sua prigione. Nessuno esce dal cantiere per paura di essere preso dalla polizia, fanno i turni solo per andare a fare la spesa. Poi dopo le ennesime ingiustizie, gli sgomberi, i rimpatri, le botte prese dai poliziotti, decide di raggiungere la Turchia, scalando le montagne per circa un mese, di notte per non essere visti, al freddo, senza cibo. E dopo tre giorni di viaggio nel cassone di un camion con un doppio fondo alto circa cinquanta centimetri, Istanbul. Ma in Turchia non c’è lavoro, così Enaiatollah e i suoi amici, che convince a pagargli il viaggio poiché sapeva qualche parola di inglese, partono di notte con un gommone a remi per la Grecia, senza salvagente, una follia dettata dall’entusiasmo e dall’incoscienza come prova che si possa anche vincere una sfida impossibile.

Insomma rischiare di essere scoperto e rimandato indietro o di perdere la vita, considerando che Enaiat è solo un bambino, sono prove così drammatiche che solo alcuni fortunati riescono a superare.  Per fortuna incontra persone che hanno umanità nei confronti di questo ragazzino educato e terribilmente solo.

Sono proprio questi pochi, ma fondamentali incontri che hanno permesso a Enaiatollah di arrivare a Torino, trovare una famiglia che lo ha preso in affido, studiare e costruirsi un futuro.

Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?

Ti richiamiamo noi!