Oltre l’Hype dell’IA: perché “Studiare, investire e programmare” è l’unico antidoto all’obsolescenza (e perché dobbiamo partire dalle Scuole Medie)

Viviamo in un’epoca definita da un paradosso affascinante e pericoloso. Da un lato, l’Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) ci promette un mondo di risposte istantanee: codici complessi scritti in pochi secondi, tesi riassunte in tre punti elenco e immagini artistiche generate da un semplice prompt vocale. È l’apoteosi della velocità, l’illusione che la competenza possa essere scaricata come un’app.

Dall’altro lato, mai come oggi, la capacità umana di fermarsi, riflettere e guardare all’orizzonte temporale del medio-lungo periodo è diventata la vera competenza critica, quella che distingue chi guida il cambiamento da chi lo subisce.

Se l’IA corre veloce su binari probabilistici, l’essere umano deve imparare a correre lontano, su sentieri strategici ed etici. In questo scenario, il mantra “Studiare, Investire, Programmare” cessa di essere un semplice consiglio di buon senso finanziario o accademico per trasformarsi in un imperativo di sopravvivenza cognitiva. E c’è un luogo preciso, spesso trascurato dal dibattito sull’innovazione, dove questa battaglia culturale va combattuta con urgenza: le scuole secondarie di primo grado.

Il triangolo della crescita nell’era dell’IA

L’avvento dell’IA non rende lo studio obsoleto; al contrario, alza l’asticella di ciò che significa essere “colti”. Ecco come cambia radicalmente il paradigma dei tre pilastri:


1. Studiare (Non per sapere, ma per connettere)

Per decenni, la scuola ha premiato la capacità di immagazzinare informazioni. Oggi, l’IA ha definitivamente mercificato la conoscenza nozionistica. Sapere una data, una formula chimica o la capitale di uno stato a memoria ha un valore marginale se un assistente virtuale può recuperare quel dato in millisecondi con una precisione assoluta.

Ma studiare oggi assume un significato nuovo e più nobile: significa costruire i “puntini” che l’IA dovrà unire. L’IA è un motore di inferenza, ma senza un contesto umano, le sue risposte sono vuote. Studiare oggi significa acquisire un pensiero critico profondo, capire i contesti storici per prevedere quelli futuri, e possedere le basi logiche per interrogare la macchina. Senza una base culturale solida (storia, filosofia, logica matematica), non avremo gli strumenti per distinguere se l’IA ci sta offrendo una verità, un bias statistico o una completa allucinazione. La cultura generale è il nostro “firewall” cognitivo.

2. Investire (Tempo, Metodo e Relazioni, non solo Denaro)

Viviamo nell’economia dell’attenzione, dominata dalla gratificazione istantanea dei feed di TikTok, Instagram e delle notifiche push. In questo contesto, “investire” è un atto di ribellione. Significa avere la disciplina ferrea di dedicare tempo oggi per un risultato che potrebbe arrivare tra due, tre, cinque o dieci anni.

Non parliamo solo di investimenti finanziari, ma di capitale umano:

  • Formazione Continua (Lifelong Learning): La competenza tecnica che acquisisci oggi potrebbe essere obsoleta tra 18 mesi. Investire significa dedicare ore settimanali a imparare cose nuove, spesso difficili, che non danno un ritorno immediato.
  • Investire in “Acceleratori di Apprendimento”: Il concetto di lifelong learning può spaventare se percepito come una condanna allo studio perenne. Qui l’investimento strategico è nel metodo. Pagare per corsi d’eccellenza, mentor o strumenti avanzati non è una spesa, ma l’acquisto di velocità. Investire in formazione strutturata serve a comprimere i tempi: imparare in tre mesi ciò che da autodidatta richiederebbe un anno. In un mondo che cambia esponenzialmente, la capacità di apprendere rapidamente (meta-learning) diventa l’asset più prezioso per rendere sostenibile il “non smettere mai di studiare”.
  • Relazioni Umane: L’IA può simulare una conversazione, ma non può simulare l’empatia, la fiducia e la leadership. Investire nelle relazioni autentiche è costruire l’unico asset che nessun algoritmo potrà mai replicare o automatizzare.

3. Programmare (Il Mindset Strategico, non solo il Codice)

Quando diciamo “programmare”, molti pensano immediatamente a Python o JavaScript. Sebbene il coding sia fondamentale, qui parliamo di “programmare” in senso lato: la capacità di pianificazione strategica.

Programmare al medio-lungo termine significa avere una visione. L’IA è uno strumento tattico potentissimo — può velocizzare un compito del 100% — ma la strategia rimane un monopolio biologico. Chi non ha un piano personale a 5 o 10 anni sarà destinato inesorabilmente ad essere parte del piano di qualcun altro (o, peggio, funzionale all’obiettivo di un algoritmo commerciale). Programmare significa algoritmicizzare le proprie decisioni di vita: “Se succede X, allora farò Y, per raggiungere l’obiettivo Z”.

Perché partire dalle Scuole Secondarie di Primo Grado?

Spesso l’attenzione mediatica e i fondi per l’innovazione si concentrano sulle università, sui master post-laurea o sulle startup. Ma la vera partita, quella decisiva, si gioca molto prima, nella fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni. Perché le “Medie” sono il vero snodo cruciale?

  1. L’età della massima plasticità sociale: È in questa fase che si sviluppa il pensiero astratto e si forma l’identità sociale. È il momento esatto in cui un ragazzo decide, spesso inconsciamente, se sarà un “utente passivo” della tecnologia (consumatore di contenuti, scrollatore seriale) o un “creatore attivo” (chi usa la tecnologia per esprimersi e risolvere problemi).
  2. Il bivio del Mindset: Alle medie i ragazzi iniziano a percepire la complessità del mondo adulto. Se insegniamo loro che “tutto è subito” (clicco e ottengo, copio e incollo), creiamo futuri lavoratori fragili e facilmente sostituibili dall’automazione. Se insegniamo loro che i risultati di valore richiedono processo, fatica e tempo, stiamo plasmando i leader di domani.
  3. L’Immunità alla “Scatola Nera”: Dobbiamo aprire il cofano della tecnologia. I ragazzi devono capire che l’IA non è magia; è statistica, è matematica, è codice scritto da esseri umani. Non devono subire l’algoritmo come un oracolo, devono capirne le logiche sottostanti per poterlo dominare.

Dal nozionismo al “Problem Solving”: la vera competenza del futuro

L’Intelligenza Artificiale è eccezionale nell’eseguire compiti definiti, ma spesso fallisce miseramente nel definire quale sia il problema da risolvere. Qui entra in gioco il Problem Solving, che va ben oltre il saper risolvere un’espressione matematica.

Introdurre il problem solving e il pensiero computazionale alle scuole medie significa allenare una forma mentis resiliente:

  • Scomporre la complessità (Decomposizione): Insegnare ai ragazzi a non farsi spaventare da un problema enorme, ma a dividerlo in piccoli pezzi gestibili. È l’antidoto all’ansia da prestazione.
  • Tollernare la frustrazione (Debugging): Nella scuola tradizionale, l’errore è un fallimento da segnare con la matita rossa. Nel coding e nel problem solving, l’errore (il bug) è solo un’informazione. È un invito a capire cosa non ha funzionato. Questa resilienza emotiva è fondamentale per navigare un mercato del lavoro che cambierà pelle ogni pochi anni.
  • Fare le domande giuste (Prompt Engineering ante litteram): In un mondo dove le risposte sono commodity a basso costo, la domanda intelligente diventa l’asset di valore inestimabile. Un “prompt” efficace per un’IA nasce solo da una mente che ha capito la natura profonda del problema e sa cosa chiedere.


Un patto generazionale

Al Lanziani Hub crediamo fermamente che l’innovazione non sia solo una questione di chip e software, ma primariamente una questione umana ed educativa. Non possiamo permetterci di aspettare che i ragazzi arrivino nel mondo del lavoro per chiedere loro di essere flessibili, creativi e “problem solver”. Sarebbe troppo tardi. Dobbiamo seminare ora, nel terreno fertile dell’adolescenza.

Dobbiamo insegnare loro una verità scomoda ma liberatoria: la scorciatoia offerta dall’IA è utile solo se conosci già la strada maestra. Che studiare costa fatica, ma rende liberi; che investire richiede pazienza, ma costruisce ricchezza; e che programmare il futuro richiede il coraggio di non accontentarsi del presente.

È tempo di smettere di chiedere ai nostri ragazzi “Cosa vuoi fare da grande?” — una domanda statica che presuppone mestieri che forse non esisteranno più — e iniziare a chiedere con insistenza: “Quali problemi vorrai risolvere?”. E il nostro compito è dare loro gli strumenti critici, non le risposte preconfezionate, per farlo.




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Eugenio Marinelli

Attore – Doppiatore

In qualità di doppiatore ha prestato la voce a: Gene Wilder, Elliot Gould, David Suchet (Poirot), John Goodman, Jean Reno, John Candy, Armand Assante, Gerard Depardieu, Jim Belushi, ecc. Fra le serie tv ha diretto:  Hercule Poirot, Nypd, Flipper, Murder one, Il principe di belair, Profiler, Elite 1e 2, 3 ecc…

CINEMA: Notti Magiche (regia Paolo Virzì), Il fuggiasco (regia A. Manni), I Giudici – nel ruolo di Pippo Calò (regia Ricky Tognazzi), Il Prefetto di Ferro (regia Pasquale Squitieri), Altrove (regia Enzo Balestrieri).

TELEVISIONE: L’amante dell’Orsa Maggiore e Strada senza Uscita (RAI 1, regia A.G.Majano); Quei 36 gradini  e  La Piovra 5(RAI1, regia L.Perelli), La luna nel pozzo (RAI 2, regia Enzo Balestrieri), Il caso Giner (RAI 3  telefono giallo di Augias), Milagros(telenovela per Rete4, 100 puntate nel ruolo di Damien), Caro Maestro (regia Rossella Izzo), Il maresciallo Rocca e La Memoria e il perdono (RAI 1, regia Giorgio Capitani), L’ispettore Giusti (regia S. Martino), Un prete fra noi III° serie (regia  R. Donna), Turbo(regia A. Bonifacio), Sei forte maestro II°( regia C. Risi),Un caso di coscienza (RAI 1, regia L. Perelli), Carabinieri e Distretto di Polizia 6 (regia A. Grimaldi), Gentedimare2 (RAI1, regia G. Serafini), Il Capitano 2 (RAI 1, regia Vittorio Sindoni) RIS  4 Questa è la mia terra 2 e Amore e Vendetta e Solo per amore 2 (R. Mertez), Provaci Ancora Prof 4 (Rai 1), Applausi e Sputi regia di Ricky Tognazzi.

TEATRO: ha lavorato con Lorenzo Salveti, Lauretta Masiero, Pino Micol, Riccardo Cavallo, Patric Rossi Gastaldi, A. Kost, Fabio Crisafi ,C. Frosi, M. Landi, Antonello Riva, Berto Gavioli, Ugo Margio, ecc.

RADIO: 1977/88  Speaker per Radio Lazio, diretta da Claudio Villa; 1980/93  Conduttore dei programmi per la Rai corporation di New York

Jacopo Mauriello

Attore – Doppiatore

Diplomato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna in Recitazione e Doppiaggio. Docenti Silvia Luzzi, Massimo Giuliani e Rodolfo Bianchi. Si perfeziona con Micheal Margotta (allievo diretto di Lee Stransberg e all’Actor Studio di New York) ; con  Barbara Enrichi (vincitrice del David di Donatello come miglior attrice non protagonista). Master “Il Dialogo” di Silvia Luzzi presso Accademia Nazionale del Cinema, Bologna.

Ratatouille, percorso di perfezionamento professionale sul monologo e spettacolo : testi tratti da Apocalypse Now, La 25° Ora, L’Attimo fuggente, Festen ecc…C.N.T Teatrocittà. Partecipa al progetto Penis Project  di P. Schiavo per il Roma Fringe festival. C.N.T Teatrocittà

CORTOMETRAGGI. How to promote a movie – Regia di D. Misischia. Otto minuti – Regia di Luca Dal Canto. Ruolo: Co-Protagonista. Petis Amis – Regia di D. Albano. Ruolo: Protagonista. Take Off – Regia di A. Capanna. Un tarlo nell’orecchio – Regia di G. Fenocchi. Exit -Regia di G. Fenocchi e Filippo Cursio. Ruolo: Protagonista.

Paolo Madonna

Ammesso e frequenta l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” per il triennio 20/22.

Frequenta il Lab c/o Centro Sperimentale di Cinematografia a cura di Giancarlo Giannini

Ammesso al Seminario Propedeutico di Recitazione c/o Centro Sperimentale di Cinematografia per il triennio 2020/2022. Lab di recitazione con Danilo Nigrelli; Daniele Parisi e Luciano Colavero. Lab di Commedia dell’ Arte con Andrea Pangallo c/o Teatro della Scaletta

 Masterclass di recitazione Cinematografica con il Casting Director Dario Ceruti

Seminario di recitazione “Cechov e Noi” a cura di Eljana Popova c/o teatro Azione Campus. Seminario di recitazione “Officina dell’attore” a cura di Filippo Gili. Corso di doppiaggio presso Magma Lab Studio Direzione Artistica di Teo Bellia. Diploma presso Accademia Professionale di recitazione “Padiglione Ludwig”Direzione Artistica di Roberto Valerio e Martino D’ Amico (Docenti: Mauro Avogadro; Filippo Gili; Roberto Valerio; Carlotta Viscovo; Claudia Vegliante; Patrizia Hartman; Pietro Bontempo; Elisabetta Piccolomini; Sabrina Scuccimarra; Martino D’ Amico; Marcello Cotugno)

TEATRO Enaiat l’incredile storia, C.N.T Teatrocittà, regia di P. Schiavo. Jacques e il suo Padrone di Milan Kundera – Regia di Danilo Nigrelli,Cucina Buona In Tempi Cattivi ( testo di Francesco Battaglia)– Regia di Matteo Finamore; Compagnia Fucina Zero. Il Gabbiano di Anton Cechov – Regia di Luca De Bei. Hedda Gabler di Henrik Ibsen – Regia di Veronica Cruciani. La Piccola Città di Thornton Wilder- Regia di Marcello Cotugno Verso la Guerra di Carlo Goldoni- Regia di Roberto Valerio. Concorso in Divenire (Teatro Danza) – Regia di Valeria Andreozzi

Antonio De Stefano

Si diploma al Centro di formazione e Allenamento alle arti sceniche ACTING CREAZIONE RICERCA, diretto da Lucilla Lupaioli.

Studia educazione della voce con Valeria Benedetti Michelangeli; movimento scenico con Alberto Bellandi; canto con Evelina Meghnagi; metodo linklater con Antonella Voce; danza con Paola Sorressa e Susanna Odevaine; aikido con il maestro Mario Comite.

Prosegue il suo percorso professionale motivato dalla convinzione che coltivare contesti di ricerca, costruzione e creazione collettiva, aggiunga valore al suo lavoro. Significativi i progetti con la regista Lucilla Lupaioli e la Compagnia Bluestocking (tra i principali: Falsae Praetextae, finalista al Premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche Dante Cappelletti 2013; Siamotuttigay –debutto al Todi Festival 2013; Darkroom e Il viaggio dell’eroe, Non perdo niente -Totally over you- di Mark Ravenhil, Primo Dicembre e Bric a Brac di L.Lupaioli, per la regia di Alessandro Di Marco) Lavora con Formiche di Vetro Teatro, sotto la direzione di Luca Trezza e con la Compagnia Teatro A – fondata da Arnaldo Ninchi e diretta dalla regista russa Valeria Freiberg.

Prende parte al Romeo e Giulietta di W.Shakespeare al Globe Theatre di Roma per la regia di Gigi Proietti. Per il cinema e la televisione: Le rose della Signora Wesmaker di Piermaria Cecchini; Ettore Spalletti: lo spazio che accoglie lo sguardo di Christian Angeli; videoclip del brano La maestrina di Fabrizio Fraioli, regia di Estefania Lochtenberg.

Nel 2014 è tra i cofondatori della CNT Compagnia Nuovo Teatro, diretta da Patrizia Schiavo, sotto la cui regia lavora agli allestimenti di Canto Clandestino, Umanità a numero chiuso, Io semplicemente noi, Picciridda, Penis Project.

Patrizia Schiavo

Direzione artistica. Attrice, regista, autrice, formatrice e insegnante di teatro.

Si forma seguendo, ancora giovanissima, diversi percorsi e metodologie in Italia e all’estero. Lavora con maestri come Dario Fo, Leo de Berardinis, Roberto Guicciardini, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Ugo Gregoretti, Giancarlo Cauteruccio e altri; con diverse compagnie teatrali e attori come (Giulio Brogi, Flavio Bucci, R. Giovampietro, Oreste Lionello, Regina Bianchi, V. Zernizt, Aldo Reggiani, C. Clery, Lello Arena e altri), affrontando diversi generi e autori, classici e contemporanei, con una attenzione particolare alla ricerca e al Teatro di impegno civile.

Ha frequentato il Lee Strasberg Institute di Los Angeles, ha continuato a perfezionarsi con Micael Margotta, Doris Hichs, Francesca de Sapio e Beatrice Bracco, costruendo con gli anni una propria strategia formativa mirata allo sviluppo e al potenziamento delle risorse individuali (rapporto tra espressività ed emozioni, vissuti e personaggi, creatività e self leadership). Collabora con la radio Rai e con la Rtsi in qualità di attrice.

Dal 93 tiene seminari e corsi di teatro in Italia, Svizzera, Germania e Olanda. Dal 1995 al 2001 dirige artisti provenienti da diverse parti del mondo all’interno di un progetto multiculturale contro la violenza e il razzismo, organizzato dall’Interkunst di Berlino.

Nel 94 fonda a Locarno, in Svizzera la C.N.T. Compagnia Nuovo Teatro, lavorando come autrice, attrice e regista.
Dal 2000 conduce corsi di formazione in ambito aziendale (tra cui Bnl, Tim, Ferrari, Terna, Social Change): “Public speaking”, “Teatro d’impresa”, creatività e comunicazione, gestione del conflitto. Docente presso “La palestra dell’attore”, la Scuola Svizzera e il Goethe Institut di Roma.

Nel 2014 fonda a Roma con un gruppo di giovani attori la nuova CNT e nel 2016 apre Teatrocittà, all’interno di un progetto di riqualificazione socio-culturale e urbanistica, in zona Torrespaccata alle spalle degli studi di Cinecittà.

Tra le varie iniziative la rassegna di corti teatrali: “Frammenti al femminile”, workshop e contest come “Corpo mobile”, dedicato alla danza contemporanea e il progetto “Parla con lei” per una nuova cultura della parità e del rispetto aperto con lo spettacolo molto amato da pubblico e critica,”Il laboratorio della Vagina”.

ENAIAT
l'incredibile storia

E’ la storia di un viaggio incredibile, un’odissea durata circa otto anni, dall’Afghanistan, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e infine Italia. È la storia vera e commovente di Enaiatollah Akbari un ragazzino afghano che per essere salvato, viene “abbandonato” dalla madre… tra mille difficoltà, in Pakistan, a soli dieci anni.Il padre derubato e ucciso dai banditi, provoca nei pashtun, proprietari delle merci rubate, voglia di risarcimento per il danno subito: prendere come schiavo un figlio di quell’uomo.  

L’etnia a cui Enaiatollah appartiene è quella hazara, soggiogata dai talebani, e sua madre non aveva altra possibilità di evitargli una fine terribile se non portandolo via dall’Afghanistan.
In Pakistan si ritrova solo, senza denaro e senza la minima idea di cosa fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan, gli lascia come regola di vita: non fare mai uso di droghe, non usare armi per colpire un altro essere umano, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando.

Enaiat racconta la violenza che lo ha circondato da sempre, a partire da quando ha visto uccidere dai talebani il suo maestro colpevole solo di non aver voluto chiudere la scuola. Ma in lui prevale sempre il desiderio di farcela, di iniziare una nuova vita, facendo i lavori più umili e faticosi, sempre con il sorriso sulle labbra e riconoscenza per coloro che gli danno un giaciglio o un po’ di cibo come il padrone del Samavat dove la madre l’aveva lasciato o il mercante che gli fa vendere la merce al bazar.

Riesce a fare amicizia con altri bambini hazara anche loro soli e costretti a vivere lavorando. Insieme ad uno di loro, Sufi, dal Pakistan raggiunge con un trafficante di uomini l’Iran, lavorando poi duramente in un cantiere per riuscire a pagarsi il viaggio.

In Iran il cantiere diventa la sua casa e la sua prigione. Nessuno esce dal cantiere per paura di essere preso dalla polizia, fanno i turni solo per andare a fare la spesa. Poi dopo le ennesime ingiustizie, gli sgomberi, i rimpatri, le botte prese dai poliziotti, decide di raggiungere la Turchia, scalando le montagne per circa un mese, di notte per non essere visti, al freddo, senza cibo. E dopo tre giorni di viaggio nel cassone di un camion con un doppio fondo alto circa cinquanta centimetri, Istanbul. Ma in Turchia non c’è lavoro, così Enaiatollah e i suoi amici, che convince a pagargli il viaggio poiché sapeva qualche parola di inglese, partono di notte con un gommone a remi per la Grecia, senza salvagente, una follia dettata dall’entusiasmo e dall’incoscienza come prova che si possa anche vincere una sfida impossibile.

Insomma rischiare di essere scoperto e rimandato indietro o di perdere la vita, considerando che Enaiat è solo un bambino, sono prove così drammatiche che solo alcuni fortunati riescono a superare.  Per fortuna incontra persone che hanno umanità nei confronti di questo ragazzino educato e terribilmente solo.

Sono proprio questi pochi, ma fondamentali incontri che hanno permesso a Enaiatollah di arrivare a Torino, trovare una famiglia che lo ha preso in affido, studiare e costruirsi un futuro.

Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?

Ti richiamiamo noi!