Signora,
ci sono parole che non si trovano facilmente. Parole per dire addio a chi è stato molto più di un datore di lavoro, molto più di una titolare. Parole per ringraziare chi ti ha fatto sentire a casa, in mezzo a tavoli da apparecchiare e clienti da servire. Quanti anni, Signora. Quanti servizi, quante corse in cucina, quante serate che sembravano non finire mai. Ma non erano solo giorni di lavoro, erano giorni pieni. Pieni di vita, di risate, di quella sensazione bellissima di far parte di qualcosa. Di una famiglia vera, di quelle che si sentono nel cuore. Tu mi chiamavi “il chirurgo” e io sorridevo ogni volta. In quel soprannome c’era la tua ironia, il tuo affetto, la tua capacità di vedere le persone per quello che sono davvero. Non ero un cameriere qualunque, ero io. ero “il chirurgo”, ero qualcuno per te, per Raffaele, per tutta la vostra famiglia. E io ti chiamavo “Signora”, sempre, ti davo del tu, come si fa in famiglia, ma ti chiamavo Signora perché certe persone meritano quel rispetto, quella dignità. Non era distanza, era riconoscenza, era il mio modo di dirti: so quanto vali, so quanto mi hai dato, so quanto tieni a me. Tu e Raffaele mi avete trattato come un figlio, entrambi, senza mai farmi pesare la differenza tra essere un dipendente ed essere di famiglia. Oggi, mentre cerco di mettere insieme i pezzi di questi ricordi, penso a quei momenti che viviamo senza capirne il senso e che solo guardando indietro formano un disegno. Tu sei uno dei puntini più importanti della mia vita, Signora. Quegli anni al ristorante, le tue lezioni che non stavano in nessun manuale, il modo in cui mi hai trattato, Antonella con cui ancora oggi ridiamo e scherziamo come trent’anni fa, Emidio che è diventato mio fratello acquisito per sempre – tutto questo ha disegnato una parte importante di chi sono oggi. Mi hai insegnato il lavoro, certo, ma mi hai insegnato soprattutto altro. Fino ad ottant’anni sei stata lì, presente nel ristorante, ogni giorno, con quella forza e quella passione che non invecchiano mai. E da te ho imparato proprio questo: l’amore e la passione per quello che si fa, mi hai mostrato che il lavoro può essere vita, può essere orgoglio, può essere gioia…E questo, Signora, questo non si dimentica, non si ripaga nemmeno, si porta dentro per sempre. Vorrei poterti dire ancora una volta grazie, grazie per ogni parola buona, per ogni volta che mi hai fatto sentire importante, per ogni momento in cui hai creduto in me più di quanto io credessi in me stesso. Grazie per avermi accolto, per avermi fatto crescere, per avermi voluto bene come a un figlio. Grazie per la famiglia che mi avete dato – tu, Raffaele, Antonella, Emidio. Quella famiglia che rimane tale anche quando passano gli anni, anche quando la vita ci porta su strade diverse.
Oggi ti saluto, ma so che non te ne vai davvero, le persone come te non se ne vanno mai del tutto, restano nei gesti che ci hanno insegnato, nei valori che ci hanno trasmesso, nei sorrisi che continuano a regalarci quando li pensiamo. Restano nelle risate con Antonella, nel legame con Emidio, nel ricordo di Raffaele accanto a te. Restano nei puntini che hanno messo sulla nostra tela e che continuano a dare forma alla nostra vita.
Riposa in pace, Signora.
Quel “chirurgo” che hai cresciuto porterà sempre con sé un pezzo di te, del tuo ristorante, della tua famiglia, della nostra famiglia.Con tutto l’affetto e la riconoscenza che un figlio può avere, grazie.

