Scalabilità o sostenibilità? La domanda che nessuno si fa: “Di quanti clienti ho davvero bisogno?”

Viviamo in un’epoca in cui “crescere” è diventato un imperativo assoluto. Più turisti, più clienti, più fatturato, più eventi, più tutto. Ma c’è una domanda che quasi nessuno si pone, ed è forse la più importante di tutte:

“Di quanti turisti o clienti ho realmente bisogno per far funzionare il mio ecosistema?”

Sembra banale, quasi provocatoria. Eppure la maggior parte dei territori, delle destinazioni turistiche e delle piccole attività non ha mai fatto questo calcolo. Si insegue la crescita come fine, non come mezzo. E il risultato, molto spesso, è un boomerang.

Il mito della crescita infinita

Partiamo da un concetto che il mondo delle startup conosce bene: la scalabilità. Un modello di business è scalabile quando può crescere in modo esponenziale senza che i costi crescano nella stessa misura. Un software, per esempio, è scalabile per natura: che lo usino cento persone o un milione, il costo di produzione cambia poco.

Il problema nasce quando applichiamo la logica della scalabilità a contesti che scalabili non sono e non devono essere. Un borgo di duemila abitanti non è un’app. Un ristorante con quaranta coperti non è una piattaforma digitale. Un territorio ha una capacità di carico fisica, sociale ed economica ben precisa: strade, parcheggi, acqua, personale, pazienza dei residenti. Superata quella soglia, ogni turista in più non aggiunge valore, lo sottrae.

La scalabilità è uno strumento, non un valore. E per la stragrande maggioranza delle attività e dei territori italiani, il vero obiettivo non dovrebbe essere scalare, ma sostenersi bene nel tempo: sostenibilità economica (i conti tornano, anno dopo anno) e sostenibilità sociale (chi vive e lavora in quel contesto sta bene, non subisce il modello ma ne fa parte).

Il calcolo che nessuno fa: il fabbisogno

Facciamo un esercizio concreto. Immaginiamo un piccolo borgo dell’entroterra con:

  • 15 strutture ricettive per un totale di 300 posti letto
  • 10 ristoranti per circa 500 coperti complessivi
  • una manciata di botteghe, un paio di guide locali, qualche produttore

Facciamo due conti spannometrici. Se ogni struttura, per essere in salute, ha bisogno di un’occupazione media del 60% su otto mesi di stagione, parliamo di circa 43.000 pernottamenti l’anno. Con una permanenza media di due notti, sono circa 21.000 turisti. Aggiungiamo gli escursionisti giornalieri che fanno vivere ristoranti e botteghe, e arriviamo — mettiamola larga — a un fabbisogno di 35-40.000 visitatori distribuiti nell’anno.

Questo è il fabbisogno dell’ecosistema. Non un numero a caso: è la quantità di domanda che serve perché tutti gli attori del territorio stiano in piedi, paghino stipendi dignitosi, reinvestano qualcosa.

Ora la domanda scomoda: che senso ha organizzare un evento che porta 30.000 persone in un solo weekend?

Il boomerang dei grandi numeri

Succede continuamente. Il comune o la pro loco organizzano la sagra-evento-festival con l’obiettivo dichiarato di “portare gente”. E la gente arriva, tantissima, tutta insieme. Cosa succede davvero?

Il territorio non riesce ad assorbirla. I 300 posti letto sono esauriti in un’ora: il 90% dei visitatori arriva e riparte in giornata, spendendo poco o nulla. I ristoranti lavorano in modalità emergenza, servizio scadente, esperienza mediocre. I parcheggi esplodono, i residenti si barricano in casa, i costi di sicurezza e pulizia se li accolla il pubblico.

Il giorno dopo, tutto torna come prima. Anzi, peggio: il visitatore che ha vissuto un’esperienza caotica non torna e non consiglia. Il residente che ha subito l’invasione inizia a vedere il turismo come un nemico. L’attività che ha assunto personale extra per un weekend si ritrova i costi ma non la continuità.

Questo è il boomerang: si è speso tantissimo (in denaro, energie, consenso sociale) per generare un picco che non serviva a nessuno, mentre il fabbisogno reale, quei 35-40.000 visitatori distribuiti , resta scoperto per il resto dell’anno.

Il paradosso è totale: martedì di ottobre, ristoranti vuoti. Sabato dell’evento, gente respinta all’ingresso. Stessa domanda annuale, distribuzione sbagliata, risultato disastroso per tutti.

Fare meglio, non fare di più

Cambiamo prospettiva. Se il fabbisogno è 40.000 visitatori l’anno, la strategia intelligente non è l’evento da 30.000 persone in due giorni: è chiedersi come portare 800 persone a settimana per 50 settimane.

Cambia tutto:

Cambiano gli strumenti. Non servono maxi-eventi, servono micro-esperienze ripetibili: la visita al frantoio ogni sabato, il trekking guidato ogni domenica, la cena col produttore due volte al mese. Cose piccole, sostenibili da organizzare, che creano un motivo per venire sempre, non una volta l’anno.

Cambia il target. Con i grandi numeri sei costretto a parlare a tutti, cioè a nessuno. Con i numeri giusti puoi scegliere chivuoi: il turista lento, chi si ferma due notti invece di due ore, chi spende in esperienze e prodotti locali. Mille turisti che spendono 200 euro valgono più di diecimila che ne spendono 15 — e pesano venti volte meno sul territorio.

Cambia la qualità dell’esperienza. Un ristorante che lavora a regime, non in apnea, cucina meglio e accoglie meglio. Una guida che accompagna dodici persone racconta; una che ne gestisce duecento fa il vigile urbano. E l’esperienza di qualità genera passaparola e ritorni: il marketing più economico ed efficace che esista.

Cambia il rapporto con i residenti. La sostenibilità sociale non è un concetto astratto: è la differenza tra un paese in cui il turismo è vissuto come opportunità condivisa e uno in cui è subito come occupazione. Quando i numeri sono compatibili con la vita quotidiana, il residente diventa il primo ambasciatore del territorio.

Vale identico per le attività

Questo ragionamento non riguarda solo il turismo. Prendi un artigiano, un consulente, un piccolo laboratorio, un e-commerce di prodotti tipici.

Un falegname che da solo può evadere 20 commesse l’anno, di quanti contatti ha bisogno? Se ne chiude una su quattro, gli servono 80 richieste serie l’anno. Punto. Investire per generarne 800 è spreco puro: soldi in pubblicità buttati, tempo perso a rispondere a gente che non diventerà mai cliente, e magari la tentazione di crescere in fretta assumendo, indebitandosi, abbassando la qualità, per poi scoprire che la domanda in più era gonfiata e non stabile.

L’alternativa? Con un fabbisogno chiaro, quel falegname può selezionare i clienti migliori, alzare i prezzi (perché lavora bene e non deve accettare tutto), avere liste d’attesa (che sono percepite come valore, non come limite), e dormire la notte.

“Ma allora non devo mai crescere?” No, il punto non è questo. Il punto è che la crescita deve essere una scelta consapevole basata su numeri reali, non un riflesso condizionato. Se cresci, cresci perché il tuo fabbisogno è coperto, i margini sono sani, la struttura regge, e c’è domanda vera in eccesso. Cresci per progetto, non per ansia.

Non serve essere “instagrammabili”, serve essere veri

C’è un altro riflesso condizionato da smontare, ed è il fratello gemello dell’ossessione per i grandi numeri: l’ossessione per l’instagrammabilità.

Il ragionamento distorto funziona così: “per attirare gente dobbiamo essere fotografabili, virali, spettacolari”. E allora giù di installazioni scenografiche, murales fatti apposta per i selfie, panchine giganti, altalene panoramiche, la scritta col nome del paese in stile Hollywood. Tutte cose che possono anche avere un senso ma solo se vengono dopo l’identità, non al posto dell’identità.

Il problema dell’instagrammabilità fine a se stessa è duplice.

Primo: attira il pubblico sbagliato. Chi viene per la foto, per la foto riparte. Si ferma dieci minuti, scatta, magari non compra nemmeno un caffè, e via verso il prossimo sfondo. È l’esatto contrario del turista di cui l’ecosistema ha bisogno: quello che si ferma, dorme, mangia, compra, torna. Hai speso soldi per costruire un’attrazione che genera passaggio, non permanenza. Ancora una volta: numeri, non valore.

Secondo: è una gara che non puoi vincere. Se il tuo unico asset è la scenografia, sei in competizione con chiunque abbia una scenografia più nuova. La panchina gigante del paese accanto è più grande? Il flusso si sposta lì. L’instagrammabilità è per definizione replicabile, e ciò che è replicabile non ha valore duraturo. Ciò che invece nessuno può copiarti è ciò che sei davvero: la tua storia, i tuoi produttori, il modo in cui si vive da te, il dialetto, la ricetta che si fa solo lì, il silenzio, perfino i difetti.

Esempio pratico: un agriturismo può investire in una piscina a sfioro con vista per “fare scena”, oppure investire nel far vivere agli ospiti la vendemmia, la raccolta delle olive, la cucina con la nonna che insegna la pasta fatta a mano. La prima cosa la trovi in mille altri posti (e in mille altri posti fatta meglio). La seconda esiste solo lì, giustifica un prezzo più alto, genera racconti autentici e paradossalmente finisce sui social molto più della piscina, perché le persone condividono ciò che le ha toccate, non solo ciò che è bello da vedere.

Lo stesso vale per le attività. La bottega che si traveste da concept store per sembrare “come quelle di Milano” perde due volte: non sarà mai credibile quanto l’originale, e intanto ha buttato via l’unica cosa che la rendeva interessante: essere se stessa. Il cliente di oggi, sommerso di finzione, ha sviluppato un radar finissimo per l’autenticità. La riconosce. E la paga.

Attenzione, però: essere veri non significa essere trasandati o improvvisati. Significa che la qualità, la cura e la comunicazione devono amplificare la tua identità, non sostituirla con una posticcia. Puoi (e devi) comunicare bene, fotografare bene, essere presente online. Ma il contenuto deve essere la realtà, non un set costruito per l’algoritmo.

La domanda da farsi (davvero)

Proviamo a riassumere il metodo in quattro passaggi, validi per un territorio come per una singola attività:

  1. Calcola il fabbisogno. Quanti clienti/turisti/pernottamenti servono perché il sistema si sostenga con margini sani? Non “il più possibile”: un numero.
  2. Misura la capacità di carico. Qual è il massimo che puoi gestire mantenendo la qualità e senza degradare il contesto (il tuo tempo, il tuo personale, il tuo paese)?
  3. Progetta per la distribuzione, non per il picco. Meglio 800 a settimana tutto l’anno che 30.000 in un weekend. Meglio un flusso costante di richieste in target che un’esplosione di curiosi.
  4. Reinvesti in qualità, non in quantità. Ogni euro speso per fare meglio l’esperienza dei clienti che già servi rende più di un euro speso per inseguirne di nuovi che non ti servono.

La scalabilità è affascinante, fa titoli, riempie i convegni. Ma la sostenibilità — economica e sociale — è quella che ti fa trovare aperto anche tra dieci anni, con un territorio ancora vivibile e un lavoro che ha ancora senso fare.

Non serve fare cose supermega galattiche per poi non portare a casa nulla. Non serve essere instagrammabili: serve essere veri. Serve sapere di quanto hai bisogno, e costruire un sistema che quel bisogno lo soddisfi bene, ogni anno, senza bruciare le risorse — umane, economiche e ambientali — su cui si regge.

La prossima volta che qualcuno ti propone “l’evento che porterà migliaia di persone”, fagli una sola domanda: “E di quante ne abbiamo davvero bisogno?”

Se non sa rispondere, hai già la risposta.


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Tutto quello che hai letto in questo articolo non deve restare teoria. Ho preparato un foglio Excel pronto all’uso che fa esattamente i calcoli descritti qui sopra — ti basta inserire i tuoi numeri nelle celle evidenziate e ottieni subito le risposte.

Dentro trovi due strumenti:

📍 Territorio – Turismo. Inserisci posti letto, occupazione obiettivo, giorni di stagione, permanenza e spesa media, e il foglio calcola per te: quanti visitatori all’anno servono davvero al tuo territorio, come distribuirli su base settimanale, se il flusso è compatibile con la capacità di carico (con verifica automatica ✓/✗) e — la parte più interessante — il test del grande evento: quanto sovraccarica il territorio e quanto valore economico brucia rispetto agli stessi visitatori distribuiti nell’anno. Con i numeri d’esempio di questo articolo, l’evento da 30.000 persone carica il borgo dieci volte oltre il sostenibile e lascia sul tavolo oltre 2 milioni di euro di valore potenziale.

🔨 Attività – Clienti. Inserisci costi fissi, ticket medio, costi variabili, il reddito che vuoi portare a casa e il tuo tasso di conversione: il foglio ti dice quanti clienti ti servono all’anno, quanti contatti al mese devi generare per ottenerli, e ti mostra la tua “zona di spreco” — quanti dei contatti che generi oggi non ti servono a niente. Spoiler dall’esempio del falegname: gli serve appena il 21% dei contatti che sta pagando per generare.

Il file è già precompilato con i valori di esempio dell’articolo, così vedi subito come funziona prima di inserire i tuoi dati.

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Se lo usi e scopri qualcosa di interessante sui tuoi numeri, scrivimelo nei commenti o via email: le storie reali di chi fa questi calcoli per la prima volta sono sempre le più istruttive.

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Eugenio Marinelli

Attore – Doppiatore

In qualità di doppiatore ha prestato la voce a: Gene Wilder, Elliot Gould, David Suchet (Poirot), John Goodman, Jean Reno, John Candy, Armand Assante, Gerard Depardieu, Jim Belushi, ecc. Fra le serie tv ha diretto:  Hercule Poirot, Nypd, Flipper, Murder one, Il principe di belair, Profiler, Elite 1e 2, 3 ecc…

CINEMA: Notti Magiche (regia Paolo Virzì), Il fuggiasco (regia A. Manni), I Giudici – nel ruolo di Pippo Calò (regia Ricky Tognazzi), Il Prefetto di Ferro (regia Pasquale Squitieri), Altrove (regia Enzo Balestrieri).

TELEVISIONE: L’amante dell’Orsa Maggiore e Strada senza Uscita (RAI 1, regia A.G.Majano); Quei 36 gradini  e  La Piovra 5(RAI1, regia L.Perelli), La luna nel pozzo (RAI 2, regia Enzo Balestrieri), Il caso Giner (RAI 3  telefono giallo di Augias), Milagros(telenovela per Rete4, 100 puntate nel ruolo di Damien), Caro Maestro (regia Rossella Izzo), Il maresciallo Rocca e La Memoria e il perdono (RAI 1, regia Giorgio Capitani), L’ispettore Giusti (regia S. Martino), Un prete fra noi III° serie (regia  R. Donna), Turbo(regia A. Bonifacio), Sei forte maestro II°( regia C. Risi),Un caso di coscienza (RAI 1, regia L. Perelli), Carabinieri e Distretto di Polizia 6 (regia A. Grimaldi), Gentedimare2 (RAI1, regia G. Serafini), Il Capitano 2 (RAI 1, regia Vittorio Sindoni) RIS  4 Questa è la mia terra 2 e Amore e Vendetta e Solo per amore 2 (R. Mertez), Provaci Ancora Prof 4 (Rai 1), Applausi e Sputi regia di Ricky Tognazzi.

TEATRO: ha lavorato con Lorenzo Salveti, Lauretta Masiero, Pino Micol, Riccardo Cavallo, Patric Rossi Gastaldi, A. Kost, Fabio Crisafi ,C. Frosi, M. Landi, Antonello Riva, Berto Gavioli, Ugo Margio, ecc.

RADIO: 1977/88  Speaker per Radio Lazio, diretta da Claudio Villa; 1980/93  Conduttore dei programmi per la Rai corporation di New York

Jacopo Mauriello

Attore – Doppiatore

Diplomato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna in Recitazione e Doppiaggio. Docenti Silvia Luzzi, Massimo Giuliani e Rodolfo Bianchi. Si perfeziona con Micheal Margotta (allievo diretto di Lee Stransberg e all’Actor Studio di New York) ; con  Barbara Enrichi (vincitrice del David di Donatello come miglior attrice non protagonista). Master “Il Dialogo” di Silvia Luzzi presso Accademia Nazionale del Cinema, Bologna.

Ratatouille, percorso di perfezionamento professionale sul monologo e spettacolo : testi tratti da Apocalypse Now, La 25° Ora, L’Attimo fuggente, Festen ecc…C.N.T Teatrocittà. Partecipa al progetto Penis Project  di P. Schiavo per il Roma Fringe festival. C.N.T Teatrocittà

CORTOMETRAGGI. How to promote a movie – Regia di D. Misischia. Otto minuti – Regia di Luca Dal Canto. Ruolo: Co-Protagonista. Petis Amis – Regia di D. Albano. Ruolo: Protagonista. Take Off – Regia di A. Capanna. Un tarlo nell’orecchio – Regia di G. Fenocchi. Exit -Regia di G. Fenocchi e Filippo Cursio. Ruolo: Protagonista.

Paolo Madonna

Ammesso e frequenta l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” per il triennio 20/22.

Frequenta il Lab c/o Centro Sperimentale di Cinematografia a cura di Giancarlo Giannini

Ammesso al Seminario Propedeutico di Recitazione c/o Centro Sperimentale di Cinematografia per il triennio 2020/2022. Lab di recitazione con Danilo Nigrelli; Daniele Parisi e Luciano Colavero. Lab di Commedia dell’ Arte con Andrea Pangallo c/o Teatro della Scaletta

 Masterclass di recitazione Cinematografica con il Casting Director Dario Ceruti

Seminario di recitazione “Cechov e Noi” a cura di Eljana Popova c/o teatro Azione Campus. Seminario di recitazione “Officina dell’attore” a cura di Filippo Gili. Corso di doppiaggio presso Magma Lab Studio Direzione Artistica di Teo Bellia. Diploma presso Accademia Professionale di recitazione “Padiglione Ludwig”Direzione Artistica di Roberto Valerio e Martino D’ Amico (Docenti: Mauro Avogadro; Filippo Gili; Roberto Valerio; Carlotta Viscovo; Claudia Vegliante; Patrizia Hartman; Pietro Bontempo; Elisabetta Piccolomini; Sabrina Scuccimarra; Martino D’ Amico; Marcello Cotugno)

TEATRO Enaiat l’incredile storia, C.N.T Teatrocittà, regia di P. Schiavo. Jacques e il suo Padrone di Milan Kundera – Regia di Danilo Nigrelli,Cucina Buona In Tempi Cattivi ( testo di Francesco Battaglia)– Regia di Matteo Finamore; Compagnia Fucina Zero. Il Gabbiano di Anton Cechov – Regia di Luca De Bei. Hedda Gabler di Henrik Ibsen – Regia di Veronica Cruciani. La Piccola Città di Thornton Wilder- Regia di Marcello Cotugno Verso la Guerra di Carlo Goldoni- Regia di Roberto Valerio. Concorso in Divenire (Teatro Danza) – Regia di Valeria Andreozzi

Antonio De Stefano

Si diploma al Centro di formazione e Allenamento alle arti sceniche ACTING CREAZIONE RICERCA, diretto da Lucilla Lupaioli.

Studia educazione della voce con Valeria Benedetti Michelangeli; movimento scenico con Alberto Bellandi; canto con Evelina Meghnagi; metodo linklater con Antonella Voce; danza con Paola Sorressa e Susanna Odevaine; aikido con il maestro Mario Comite.

Prosegue il suo percorso professionale motivato dalla convinzione che coltivare contesti di ricerca, costruzione e creazione collettiva, aggiunga valore al suo lavoro. Significativi i progetti con la regista Lucilla Lupaioli e la Compagnia Bluestocking (tra i principali: Falsae Praetextae, finalista al Premio Tuttoteatro.com alle Arti Sceniche Dante Cappelletti 2013; Siamotuttigay –debutto al Todi Festival 2013; Darkroom e Il viaggio dell’eroe, Non perdo niente -Totally over you- di Mark Ravenhil, Primo Dicembre e Bric a Brac di L.Lupaioli, per la regia di Alessandro Di Marco) Lavora con Formiche di Vetro Teatro, sotto la direzione di Luca Trezza e con la Compagnia Teatro A – fondata da Arnaldo Ninchi e diretta dalla regista russa Valeria Freiberg.

Prende parte al Romeo e Giulietta di W.Shakespeare al Globe Theatre di Roma per la regia di Gigi Proietti. Per il cinema e la televisione: Le rose della Signora Wesmaker di Piermaria Cecchini; Ettore Spalletti: lo spazio che accoglie lo sguardo di Christian Angeli; videoclip del brano La maestrina di Fabrizio Fraioli, regia di Estefania Lochtenberg.

Nel 2014 è tra i cofondatori della CNT Compagnia Nuovo Teatro, diretta da Patrizia Schiavo, sotto la cui regia lavora agli allestimenti di Canto Clandestino, Umanità a numero chiuso, Io semplicemente noi, Picciridda, Penis Project.

Patrizia Schiavo

Direzione artistica. Attrice, regista, autrice, formatrice e insegnante di teatro.

Si forma seguendo, ancora giovanissima, diversi percorsi e metodologie in Italia e all’estero. Lavora con maestri come Dario Fo, Leo de Berardinis, Roberto Guicciardini, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Ugo Gregoretti, Giancarlo Cauteruccio e altri; con diverse compagnie teatrali e attori come (Giulio Brogi, Flavio Bucci, R. Giovampietro, Oreste Lionello, Regina Bianchi, V. Zernizt, Aldo Reggiani, C. Clery, Lello Arena e altri), affrontando diversi generi e autori, classici e contemporanei, con una attenzione particolare alla ricerca e al Teatro di impegno civile.

Ha frequentato il Lee Strasberg Institute di Los Angeles, ha continuato a perfezionarsi con Micael Margotta, Doris Hichs, Francesca de Sapio e Beatrice Bracco, costruendo con gli anni una propria strategia formativa mirata allo sviluppo e al potenziamento delle risorse individuali (rapporto tra espressività ed emozioni, vissuti e personaggi, creatività e self leadership). Collabora con la radio Rai e con la Rtsi in qualità di attrice.

Dal 93 tiene seminari e corsi di teatro in Italia, Svizzera, Germania e Olanda. Dal 1995 al 2001 dirige artisti provenienti da diverse parti del mondo all’interno di un progetto multiculturale contro la violenza e il razzismo, organizzato dall’Interkunst di Berlino.

Nel 94 fonda a Locarno, in Svizzera la C.N.T. Compagnia Nuovo Teatro, lavorando come autrice, attrice e regista.
Dal 2000 conduce corsi di formazione in ambito aziendale (tra cui Bnl, Tim, Ferrari, Terna, Social Change): “Public speaking”, “Teatro d’impresa”, creatività e comunicazione, gestione del conflitto. Docente presso “La palestra dell’attore”, la Scuola Svizzera e il Goethe Institut di Roma.

Nel 2014 fonda a Roma con un gruppo di giovani attori la nuova CNT e nel 2016 apre Teatrocittà, all’interno di un progetto di riqualificazione socio-culturale e urbanistica, in zona Torrespaccata alle spalle degli studi di Cinecittà.

Tra le varie iniziative la rassegna di corti teatrali: “Frammenti al femminile”, workshop e contest come “Corpo mobile”, dedicato alla danza contemporanea e il progetto “Parla con lei” per una nuova cultura della parità e del rispetto aperto con lo spettacolo molto amato da pubblico e critica,”Il laboratorio della Vagina”.

ENAIAT
l'incredibile storia

E’ la storia di un viaggio incredibile, un’odissea durata circa otto anni, dall’Afghanistan, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e infine Italia. È la storia vera e commovente di Enaiatollah Akbari un ragazzino afghano che per essere salvato, viene “abbandonato” dalla madre… tra mille difficoltà, in Pakistan, a soli dieci anni.Il padre derubato e ucciso dai banditi, provoca nei pashtun, proprietari delle merci rubate, voglia di risarcimento per il danno subito: prendere come schiavo un figlio di quell’uomo.  

L’etnia a cui Enaiatollah appartiene è quella hazara, soggiogata dai talebani, e sua madre non aveva altra possibilità di evitargli una fine terribile se non portandolo via dall’Afghanistan.
In Pakistan si ritrova solo, senza denaro e senza la minima idea di cosa fare, se non la voglia disperata di vivere e di mantenere fede ai tre insegnamenti che la madre, prima di tornare in Afghanistan, gli lascia come regola di vita: non fare mai uso di droghe, non usare armi per colpire un altro essere umano, non rubare ma guadagnarsi da vivere lavorando.

Enaiat racconta la violenza che lo ha circondato da sempre, a partire da quando ha visto uccidere dai talebani il suo maestro colpevole solo di non aver voluto chiudere la scuola. Ma in lui prevale sempre il desiderio di farcela, di iniziare una nuova vita, facendo i lavori più umili e faticosi, sempre con il sorriso sulle labbra e riconoscenza per coloro che gli danno un giaciglio o un po’ di cibo come il padrone del Samavat dove la madre l’aveva lasciato o il mercante che gli fa vendere la merce al bazar.

Riesce a fare amicizia con altri bambini hazara anche loro soli e costretti a vivere lavorando. Insieme ad uno di loro, Sufi, dal Pakistan raggiunge con un trafficante di uomini l’Iran, lavorando poi duramente in un cantiere per riuscire a pagarsi il viaggio.

In Iran il cantiere diventa la sua casa e la sua prigione. Nessuno esce dal cantiere per paura di essere preso dalla polizia, fanno i turni solo per andare a fare la spesa. Poi dopo le ennesime ingiustizie, gli sgomberi, i rimpatri, le botte prese dai poliziotti, decide di raggiungere la Turchia, scalando le montagne per circa un mese, di notte per non essere visti, al freddo, senza cibo. E dopo tre giorni di viaggio nel cassone di un camion con un doppio fondo alto circa cinquanta centimetri, Istanbul. Ma in Turchia non c’è lavoro, così Enaiatollah e i suoi amici, che convince a pagargli il viaggio poiché sapeva qualche parola di inglese, partono di notte con un gommone a remi per la Grecia, senza salvagente, una follia dettata dall’entusiasmo e dall’incoscienza come prova che si possa anche vincere una sfida impossibile.

Insomma rischiare di essere scoperto e rimandato indietro o di perdere la vita, considerando che Enaiat è solo un bambino, sono prove così drammatiche che solo alcuni fortunati riescono a superare.  Per fortuna incontra persone che hanno umanità nei confronti di questo ragazzino educato e terribilmente solo.

Sono proprio questi pochi, ma fondamentali incontri che hanno permesso a Enaiatollah di arrivare a Torino, trovare una famiglia che lo ha preso in affido, studiare e costruirsi un futuro.

Quanti possono dire la stessa cosa? Quanti sono invece spariti nei doppifondi di un camion, congelati sulle montagne che tentavano di attraversare, o ingoiati dal mare? Ci sentiamo sereni per la vittoria di uno o dobbiamo vergognarci per la sconfitta (che significa quasi sempre morte) di tanti?

Ti richiamiamo noi!